ILVA/ Stop Afo2, il nuovo colpo di chi vuol chiudere e la domanda su Arcelor Mittal

- Giuseppe Sabella

Il futuro dell’ex Ilva di Taranto è più in bilico che mai. Per questo servono idee chiare per evitare la chiusura che alcuni vorrebbero

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Ex Ilva (Foto: LaPresse)

Sono ore clou per l’ex Ilva. Mentre Governo e ArcelorMittal stanno provando a individuare un percorso comune per arrivare a un nuovo progetto industriale, ieri tutti gli stabilimenti si sono fermati per lo sciopero indetto dai sindacati. Si è inoltre appreso in serata che il Tribunale di Taranto ha rigettato la richiesta di proroga presentata dai commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria sull’uso dell’Altoforno 2, sequestrato e dissequestrato più volte nell’inchiesta sulla morte del povero Alessandro Morricella (2015) investito da una colata di ghisa incandescente. I commissari chiedevano un anno di tempo per ottemperare alle prescrizioni di automazione del campo di colata. La decisione è del giudice Francesco Maccagnano, dinanzi al quale si svolge il processo sulla morte di Morricella, che si esprimerà tra oggi e domani.

Ciò può comportare il possibile inizio delle operazioni di fermata di Afo2 dal 13 dicembre, anche se il ricorso al Tribunale del riesame può costituire uno spiraglio. Vedremo come la vicenda proseguirà, ma di certo questa decisione non può che inasprire il contenzioso tra Mittal e Governo: dopo la revoca dello scudo penale anche il fermo, per quanto parziale, della produzione sono elementi che hanno un peso notevole in questa vertenza. E c’è persino qualche giornalista così fantasioso da inventarsi una lettera di Mittal non che chiede il conto ma che vuole indennizzare lo Stato italiano per andarsene.

È evidente che si stanno prefigurando scenari molto incerti e drammatici e che quel pezzo di Italia che da sempre lavora per chiudere l’Ilva di Taranto – di cui, oltre giudici vari, fanno orgogliosamente parte Michele Emiliano, Francesco Boccia, Luigi Di Maio e Barbara Lezzi – sta assestando un colpo che può essere letale per l’industria siderurgica italiana.

Si produce acciaio in tutto il mondo e lo si fa anche in modo sostenibile. Non è impossibile – in particolare a Taranto – coniugare tutela della salute, salvaguardia dell’ambiente, produzione e occupazione. Serve tempo e, oltre alla politica che deve fare la sua parte, è indispensabile un player con una comprovata expertise e con idee chiare.

L’unico dubbio di chi scrive è proprio questo: Mittal ha le idee chiare? Le ragioni della crisi dell’azienda non sono imputabili soltanto al ciclo dell’acciaio, chi investe in questo settore conosce molto bene i suoi flussi di mercato.

Circa 10 giorni fa si è appreso che l’azienda avrebbe allontanato l’ingegner Sergio Palmisano perché avrebbe detto ai pm di Milano che “i conti della fabbrica non andavano bene perché non si riusciva a smaltire la ghisa prodotta”. L’azienda non ha mai smentito questa ricostruzione ed è questo l’ultimo elemento – che si aggiunge alla volontà di dimezzare l’organico soltanto 12 mesi dopo gli accordi – che denota qualcosa che non funziona all’interno della catena produttiva. L’impressione è che Mittal abbia bisogno di essere aiutata da chi conosce l’impianto di Taranto. Nel sindacato c’è chi lo conosce molto bene.

In sintesi: governo e Parti sociali hanno la possibilità di far svoltare questa vicenda: serve però coesione e molta determinazione. Se Conte sarà in grado di far emergere un progetto industriale convincente e che guarda al futuro, anche la magistratura farà un passo indietro.

Twitter: @sabella_thinkin

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