FINANZA/ Pelanda: c’è una “formula” per salvare l’Italia

- Carlo Pelanda

Nei bilanci di fine di un anno è mancato un dato fondamentale, anche perché le statistiche non lo rilevano: come reagiscono gli italiani alla crisi? Prova a rispondere CARLO PELANDA

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Nei bilanci di fine di un anno è mancato un dato fondamentale, anche perché le statistiche non lo rilevano: come reagiscono gli italiani alla crisi? Le informazioni che ho raccolto negli ultimi mesi – alcune occasionalmente come presidente di un gruppo di “fondi imprenditori” che investe in aziende, altre per curiosità di ricercatore – sul piano dei comportamenti minuti di famiglie e imprese, per lo meno nel nord industriale, indicano un fenomeno eccezionale: la gran parte della società settentrionale che vive di mercato sta reagendo in modi sorprendentemente innovativi e senza pessimismo alla più pesante crisi economica dal dopoguerra in poi.

Anzi, pur dovendo attendere ricerche sistematiche per precisare il fenomeno, ipotizzo che in seguito alla crisi sia in atto il più grande mutamento sociale dopo quello caratterizzato dall’industrializzazione, negli anni ‘50 e primi ‘60, e dalla migrazione massiva dalle campagne alle città. Anche se non fosse proprio così, comunque c’è l’evidenza che gli italiani produttivi stiano reagendo in modo molto attivo e non passivo a una crisi devastante che in poco tempo ha reso disoccupati più di un milione di persone, chiuso migliaia di imprese e di esercizi commerciali e ridotto il potere di spesa delle famiglie per l’aumento dei costi fiscali e sistemici (tariffe, ecc.).

Fenomeni osservati: rapidissima proiezione di tante imprese sul mercato globale per bilanciare la contrazione degli affari in quello interno; rapporti collaborativi innovativi tra fornitori e azienda a compensazione del minor credito alle imprese; ricerca e applicazione rapidissima di nuove formule di finanza non-standard d’impresa che mai erano state praticate in Italia; collaborazioni innovative tra lavoratori e impresa al di fuori di qualsiasi tradizionale logica sindacale; innumerevoli formule creative di riduzione dei costi in esercizi commerciali e famiglie; ecc.

Certo, non bisogna dimenticare le reazioni passive: sconforto, suicidi, meste chiusure. O emergenziali negative quali il crescente ricorso al “nero” nonostante i minori spazi lasciati dalla polizia fiscale. Ma in gran maggioranza il popolo del mercato ha fatto le proprie riforme senza aspettare quelle statali, così adeguandosi ai tempi di crisi e sopravvivendo a essa.

Dove siamo ora? Ancora in una fase di riorganizzazione difensiva. Ma le innovazioni sperimentate e compiute permetteranno a gran parte degli attori di mercato una ripresa rapidissima appena tornerà la fiducia. In tal senso il mio augurio per il 2013 è carico di ottimismo concreto.

 

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