CONFINDUSTRIA/ L’occasione d’oro per Squinzi e co.

- Stefano Cingolani

La giunta di Confindustria ha dato il via libera alla squadra del nuovo Presidente Giorgio Squinzi. Per gli industriali il momento resta comunque difficile. Il commento di STEFANO CINGOLANI

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Giorgio Squinzi (Infophoto)

Alberto Bombassei minimizza: “Non è nata una corrente, ma solo un gruppo di pensiero. Chi ha vinto ha vinto e farà il presidente”. Eppure, la spaccatura interna alla Confindustria non va affatto sottovalutata. È vero, alla fine Giorgio Squinzi ha ottenuto in giunta più consensi rispetto a un mese fa, quando prevalse per soli undici voti, ma ciò si spiega ampiamente con la scia del vincitore. La nuova squadra che guiderà per quattro anni il “sindacato del capitale” rispecchia una coalizione tra milanesi, romani e meridionali. Imprenditori veri e valenti, editori di qualità insieme a “professionisti della Confindustria” per usare un’espressione di Gianni Agnelli.

Uomo scaltro e navigato, Squinzi ha capito e ha risposto che la continuità, bandiera che lo ha portato al vertice, “non vuol dire fare esattamente le stesse cose”. Sarà importante per questo conoscere il nuovo direttore generale (si parla di Giampiero Massolo, oggi direttore generale della Farnesina) e il presidente del Sole 24 Ore (posizione ambita da Emma Marcegaglia). Ma anche (o forse ancor più) leggere l’agenda della nuova presidenza.

Squinzi ha detto che “la semplificazione burocratica-normativa sarà la madre di tutte le azioni”. Vasto programma. E nello stesso tempo troppo poco per sapere dove andranno gli industriali. È chiaro che si tratta di uno dei temi chiave per la modernizzazione italiana. Ma è qualcosa che spetta al governo (e per il quale bisogna fare una diuturna pressione), non agli imprenditori. Siamo sempre nella serie di quel che gli altri debbono fare per loro, adesso è il momento di dichiarare urbi et orbi quel che loro possono fare per noi, per uscire dalla crisi. Perché se siamo in questa situazione la responsabilità non è solo di Berlusconi, dei sindacati, degli speculatori, della Merkel, di Monti o quant’altro, ma anche della classe imprenditoriale e della stessa Confindustria.

Il nanismo industriale, specchio della fragilità di un’Italia che pur resta il secondo Paese manifatturiero europeo, è colpa delle banche che non aiutano, delle infrastrutture che mancano, della confusione politica, di una borsa asfittica, dell’articolo 18. Certo, ma non è anche colpa di imprenditori che non vogliono crescere per non perdere il controllo, che odiano la borsa perché preferiscono il rapporto clientelare con il banchiere amico o il politico locale, che non parlano le lingue, non studiano, non investono abbastanza, non diversificano? Gli incentivi e i finanziamenti pubblici a fondo perduto, il protezionismo implicito se non dichiarato, gli appalti ottenuti in modo non trasparente: tutto ciò non riguarda anche gli industriali?

Prendiamo i servizi. Alcuni e di grande importanza sono stati privatizzati non liberalizzati. Capitalisti spesso di prima grandezza ne hanno preso il controllo. L’Italia ha compiuto un salto di qualità negli ultimi dieci anni? Oppure monopoli pubblici si sono trasformati in monopoli privati? Anche qui attendiamo una proposta. È una de-burocratizzazione che non ha bisogno di leggi, richiede comportamenti e responsabilità rispetto ai quali la Confindustria può mostrare almeno moral suasion.

Squinzi è un industriale che ha innovato e si è internazionalizzato, per questo Mapei è sopravvissuta alla grande crisi insieme ad altri punti forza del Quarto capitalismo (la Brembo di Bombassei, Luxottica, Tod’s, Ferrero, tanto per fare qualche nome). L’industria italiana non è in declino, sta attraversando una nuova metamorfosi. Ma il patronat manda troppo spesso un messaggio negativo. E, nonostante analisi e documenti del suo centro studi, alla fine si presenta con il cappello in mano, di fatto subalterno alla politica (anche quando cede alla mai sopita velleità di far politica).

L’Economist in edicola oggi, ha in copertina “La terza rivoluzione industriale”. Scrive che è in atto un nuovo salto tecnologico, grazie alla digitalizzazione della manifattura. La fabbrica si trasforma in laboratorio. Le stampanti in tre dimensioni sostituiscono le presse. Non servono più le grandi dimensioni fisiche. Il piccolo torna bello e la produzione si personalizza. Il prodotto di massa a bassa qualità è per i paesi in via di sviluppo (ancora per un paio di decenni), il futuro dell’Occidente è nell’alta gamma e nell’innovazione.

Per l’industria italiana si apre una occasione d’oro. Se non procede in ordine sparso. Perché la nuova rivoluzione industriale richiede comunque grandi capitali, ampi orizzonti, capacità organizzativa, conoscenza scientifica dei mercati e penetrazione sistemica. I nuovi imprenditori sono nello stesso tempo artigiani, tecnici, manager e strateghi poliglotti. Non c’è governo che possa fare ciò, è un frutto che matura dall’interno. Solo dopo arrivano le politiche di supporto, più strutturali per la verità che fiscali o creditizie.

Non è forse questo il programma che la Confindustria deve presentare ai suoi associati e all’Italia? Coraggio, dunque, perché se perdiamo anche l’ultimo metro siamo finiti davvero.

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