J’ACCUSE/ Fortis: c’è un “fiscal cliff” dell’Europa che uccide le nostre imprese

- int. Marco Fortis

Gli ultimi dati sulla produzione industriale dell’Italia sono ancora fortemente negativi. MARCO FORTIS ci aiuta a capire perché il nostro Paese soffre più degli altri

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Ormai siamo quasi sommersi dai dati negativi sull’andamento dell’economia italiana. Siamo arrivati al quindicesimo calo consecutivo nella produzione industriale. A novembre del 2012 l’indice destagionalizzato è diminuito dell’1% rispetto a ottobre. Nella media del trimestre settembre-novembre, l’indice ha registrato una flessione dell’1,7% rispetto al trimestre immediatamente precedente. Corretto per gli effetti del calendario, a novembre l’indice è diminuito del 7,6% in termini tendenziali. Nella media dei primi undici mesi dell’anno la produzione è stata inferiore del 6,6% allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel confronto tendenziale si registrano flessioni in tutti i settori dell’industria.

È un dato negativo quello dell’Italia che preoccupa rispetto alla media del calo della produzione europea. In effetti, la produzione industriale nell’eurozona e nell’intera Europa a 27 è arretrata a novembre 2012 dello 0,3% rispetto a ottobre, un dato che conferma la prevista contrazione del Pil nell’ultima parte dell’anno. Su base annua, la produzione è calata del 3,6% nell’area euro e del 3,3% nell’Unione europea a 27. L’Italia va sotto del doppio.

Di fronte a questo dato, ieri si è aggiunta anche una nota di Bankitalia. Secondo l’ultima indagine sulle aspettative delle aziende italiane, a fine 2012 la quota di imprese che ha segnalato un miglioramento congiunturale si è quasi dimezzata (al 3,8%) rispetto a settembre. Mentre è salita al 57,5% (dal 50,6%) l’incidenza di quelle che hanno riportato un peggioramento. Sta crescendo anche la percentuale di imprese che prevedono come insufficiente la posizione di liquidità: 28,6% rispetto al 24,8% di settembre.

Marco Fortis è il vicepresidente della Fondazione Edison, un grande osservatorio economico. Ma è anche docente di Economia industriale e commercio alla Facoltà di Scienze Politiche nell’Università Cattolica di Milano. In sostanza, uno dei maggiori analisti della situazione economica e industriale del Paese: «Questi dati sono inevitabili, visto il calo dei consumi e degli investimenti. E aspettiamocene altri di questo tenore. Vista la situazione non è pensabile un 2013 sereno, si può sperare in un arresto di questo calo. Ben pochi hanno fatto degli investimenti di carattere più che altro strutturale. Ma basta informarsi un attimo e si vede che qui non si smuove nessun investimento. Il mercato interno poi, con il crollo dei consumi, è completamente bloccato. Quali altri dati potevano aspettarci?».

Ma un calo simile è impressionante rispetto ai dati medi dell’eurozona.

Nell’eurozona ci sono due Paesi produttori: la Germania e l’Italia. C’è un po’ di Francia e resta qualche cosa in Belgio. Ora, all’Italia è stata imposta una “cura da cavallo”, la si è quasi trattata come la Grecia, mentre aveva ben altri fondamentali economici. In sostanza, dopo averci costretti a non consumare, ci hanno costretto a non produrre. Per cui, se a Bruxelles non vengono “folgorati sulla strada di Damasco”, c’è il rischio che alla fine si possa compromettere la stessa struttura produttiva italiana.

Il riferimento a Bruxelles è una critica alla “cura” impostaci dall’Europa?

La mia impressione è che a Bruxelles non capiscano proprio che cosa sia l’Italia e bisogna aggiungere che anche a Roma spesso non capiscono bene che cosa rappresenta l’Italia, che è il secondo Paese manifatturiero dell’eurozona. Ci hanno spiegato che dovevamo fare “i compiti a casa” e li abbiamo fatti, eccome, questi compiti. Mentre altri, come la Spagna, i compiti non li hanno ancora fatti. Ora, almeno un “premio di produzione” ce lo meritiamo o no?

Lei pensa che questa “cura” non fosse adatta all’Italia?

Nell’eurozona c’erano paesi che avevano bisogno di antibiotici, diciamo così; altri paesi che dovevano essere ricoverati in ospedale. Ma l’Italia non era un Paese a cui si doveva applicare una austerità così violenta. Dovevamo certo mettere a posto i conti pubblici, dovevamo riguadagnarci una credibilità internazionale e nello stesso tempo anche l’euro doveva riguadagnarsi una sua credibilità. Mario Draghi ha ridato fiducia all’euro, Mario Monti ha riacquistato fiducia per l’Italia, ma perché poi insistere continuamente con questa politica di austerità così violenta? A un certo punto si poteva dare un po’ di respiro. L’Italia non è solo un Paese di consumatori, è anche un Paese di produttori. Qui si è fatta una cura dimagrante che sta intaccando ormai la struttura muscolare. E questo sta diventando controproducente, forse in modo irreversibile.

 

Da che cosa lo deduce?

 

Ma c’era proprio bisogno di deprimere alcuni settori del “Made in Italy” in questo modo? Si parla del “fiscal cliff” degli americani. In realtà, non è neppure paragonabile a quello che si sta facendo in Italia con questa pressione fiscale. Alla fine con questi cosiddetti “compiti a casa” abbiamo perso tre punti di Pil. E l’Italia tutto questo proprio non se lo meritava. Forse bisognava dire qualche cosa in più a Bruxelles, perché lì, in sede europea, non danno l’impressione di avere un quadro di riferimento preciso. A che cosa servono gli economisti se non a fare delle proiezioni su quanto avviene in base a determinate scelte?

 

(Gianluigi Da Rold)

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