IL CASO/ Un piano straniero contro l’industria italiana: ecco i precedenti

- Gianluigi Longhi

Dopo la Guerra fredda, i conflitti tra Stati, dice GIANLUIGI LONGHI, si sono spostati sul terreno economico. E la nostra industria corre un serio pericolo, come tutto il Paese

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Le cronache di questi ultimi mesi inducono un economista come Giulio Sapelli a ipotizzare un piano internazionale delle oligarchie finanziarie finalizzato alla deindustrializzazione dell’Italia. Dall’articolo pubblicato su queste pagine, ne emerge che stiamo procedendo verso un futuro agricolo-commerciale di inizio Novecento, con una manovalanza a buon mercato di “dignitosissimi camerieri, chitarristi, violinisti, badanti, laureati in scienze delle comunicazioni e dell’ambiente, ecc.”. Il rischio è concreto, non si deve sottovalutare la situazione, né confidare sullo stellone italico.

Dalla fine della Guerra fredda sono stati modificati gli assetti del potere mondiale. La fine del mondo bipolare non ha interrotto il conflitto fra i grandi Stati: nell’ultimo ventennio è continuato, ma sotto altre forme e con altri strumenti e obbiettivi. È diventato economico: la potenza economica e monetaria di uno Stato ne determina la gerarchia e il ruolo internazionale. La leadership degli Stati Uniti si è consolidata e continua a consolidarsi con la loro economia, con il controllo della politica monetaria mondiale, con l’estensione al resto del mondo delle loro istituzioni e regole – ad esempio, l’Antitrust – e del loro sistema giuridico fondato sui rapporti di forza esplicitati nel contratto economico e non sulla legge, propria del diritto romano, che fa sempre riferimento a principi etici-politici generali.

Ma nella globalizzazione, vecchi e nuovi attori si sono affacciati sulla scena, alcuni con l’istinto di sopravvivenza, quali i vecchi Stati europei, altri, i Brics, per affermare il loro giovane – e in alcuni casi – ritrovato ruolo. L’Italia arranca, sempre divisa nei giochi di potere politico ed economico, visione miope da bottega, alimentati da una rivalità nazionale intestina da sempre presente nei nostri cromosomi, come nel 1494, quando Carlo VIII re di Francia entrò in Italia. Era stato chiamato da Ludovico il Moro, duca di Milano, per aiutarlo nella conquista del regno di Napoli, alleato del nipote Gian Galeazzo Sforza – duca legittimo – che voleva far valere i suoi diritti sulla Signoria di Milano. L’Italia, e in particolare Milano, in pieno Rinascimento era considerata la regione più ricca e florida del mondo conosciuto. E così i francesi, una volta varcate le Alpi e ammirate le ricchezze e le bellezze dell’Italia, non vollero più andarsene.

Il ducato di Milano cadde in mani francesi nel 1500 e per 360 anni, fino all’Unità d’ Italia, rimase sotto il dominio straniero. Ma una volta arrivati i francesi, anche i loro avversari, gli Asburgo, prima con l’imperatore Massimiliano, poi con suo figlio Carlo V, desiderarono conquistare l’Italia. Sessanta anni di guerra distrussero la fiorente economia italiana che nel 1559, dopo la pace di Chateau-Cambrésis , definita anche la pace delle cento città d’Italia, era esangue e stremata. Tante erano infatti a quei tempi le Signorie e i Feudi, ovvero città indipendenti, nel territorio italiano. La particolare conformazione geografica della nostra penisola, da nord verso sud, l’aspetto morfologico caratterizzato da poca pianura, molte montagne e valli, ognuna lambita da fiumi, delimitò e tuttora delimita la mobilità della popolazione residente.

Il processo di integrazione di Stato unitario è stato – quindi – lento e in ritardo rispetto ad altri paesi europei, ove invece vaste pianure, presenti in Francia e in Germania, o isolamenti obbligati, come in Inghilterra, permisero una maggiore amalgama di mix genetico della popolazione, creando nel tempo, caratteristiche più marcate e unitarie di popolo, di nazione.

Nel 1815, alla pace di Vienna, dopo il periodo napoleonico, alle rimostranze dei delegati veneti, che volevano ricostituire la Repubblica di Venezia, l’allora Cancelliere austriaco Metternich sentenziò lapidario che l’Italia era solo un’espressione geografica e annesse il Veneto ai domini asburgici. Oggi se riflettiamo un attimo, a livello di tifoserie calcistiche, molte volte si esulta quando una squadra avversaria italiana viene sconfitta nelle coppe europee da team stranieri. Lo spirito nazionale si consolida nel tempo e nella consapevolezza che i suoi cittadini di fronte alla scelta di un interesse proprio particolare, opposto a quello nazionale, optino per quest’ultimo. Uno spirito che con il Risorgimento unificò l’Italia nel 1861 e nel secondo dopoguerra affermò e consolidò un’industria nel contesto mondiale ed europeo. Un’industria oggi in crisi, ma soprattutto ambita ancora una volta, nelle sue eccellenze – nel grande gioco della globalizzazione – dai desideri di conquista dei concorrenti stranieri. Un’industria orfana dello Stato e della politica, di una visione strategica di lungo periodo. Il Paese è nei fatti a rischio industriale. Eventi storici del passato ci possono aiutare nella riflessione.

L’India nel secolo XVIII era una grande esportatrice di manufatti: l’impero del Gran Mogol fu quasi certamente lo Stato più produttivo del mondo nonostante la modesta attrezzatura tecnica di cui le industrie indiane erano dotate. Così riportava nel 1734 Thomas Salmon nella Historia Moderna, vol. IV: “Gli artigiani sono celebri quei che lavorano il cotone e la tela d’ortica dipingendola con vari animali, alberi e fiori”; “non v’è al mondo nazione più perita nel mercanteggiare, che la Mongolia”, gli indiani “sono molto sagaci e pronti d’ingegno nell’imitare a prima vista ogni cosa, specialmente nell’arte del tagliare e cucire vesti, di ricoprir pitture”; “le loro tele di cotone hanno la tintura di colori vivaci, che in Europa non si trova chi sappia imitarli”.

Gli inglesi, che già avevano un presidio a Calcutta , nel golfo del Bengala dal 1690 sfruttarono dopo appena 50 anni un malcontento politico in atto favorendo l’acuirsi delle lotte intestine. Con l’intervento armato della Compagnia delle Indie, alleata a un pretendente al trono del regno del Bengala, si modificarono gli equilibri politici nel 1757 con la battaglia di Plassey. La successiva sapiente strategia di spoliazione delle ricchezze del regno strangolò la domanda interna, determinando il collasso del sistema produttivo indiano in appena trenta anni. Cronache dell’epoca – a fine Settecento – affermavano che “l’Europa non dipende più da alcun prodotto indiano, per i quali da tempo immemorabile dipendeva da loro. In realtà, i ruoli si sono rovesciati, e questa rivoluzione minaccia di rovinare completamente l’India”.

La disfatta industriale dell’India coincise con lo scollamento politico locale e con l’affermazione del dominio e dell’egemonia britannica. Una volta conquistata l’India, l’Inghilterra favorì nei fatti la propria produzione nazionale, convertendo l’economia indiana da manifatturiera ad agricola, implementando le piantagioni di the e di oppio che permisero poi, di invertire il flusso del denaro e del commercio con la Cina. Ne conseguì un impoverimento generale della popolazione indiana, che dovette adattarsi a lavorare nelle piantagioni o arruolarsi come soldatesca nell’esercito dei sahib inglesi, che sfruttarono questo enorme potenziale di carne da cannone per la loro successiva espansione coloniale nel mondo, protrattasi fino alla fine della Seconda guerra mondiale.

Paolo Savona nel suo trattato di Geoeconomia evidenzia che “gli Stati avanzati possono entrare rapidamente in crisi per l’azione di quattro tendenze: liberalizzazione, finanziarizzazione, informatizzazione e globalizzazione, che non dominano, ma a cui possono opporsi. Esse sono naturalmente portate a cercare di imporre la propria logica alla politica e a privilegiare le ragioni di libertà su quelle dell’uguaglianza e della solidarietà, destabilizzando le strutture sociali e politiche”. Tendenze che possono essere alimentate anche da fattori esterni, basti qui ricordare l’accordo segreto fra Lenin e Parvus con il Kaiser Guglielmo II in piena Prima guerra mondiale: l’oro tedesco finanziò la rivoluzione russa e Lenin – attraversate le linee nemiche in un vagone blindato tedesco – una volta conquistato il potere onorò gli impegni firmando la pace separata di Brest-Litovsk, cedendo alla Germania i territori già concordati, ove vi era la maggior concentrazione di miniere di carbone e di ferro della Russia.

“Le uniche grandezze che sono rimaste territoriali – e quindi gestibili dallo Stato – sono la produttività e la competitività. Quest’ultima consiste nella produttività relativa di un settore, di una regione o del sistema paese rispetto a quelli concorrenti”, continua Savona: in altre parole, il sistema produttivo industriale.

Nel 1921, nella Germania di Weimar, Rudolf Steiner ricordava: “Perciò è importante non partire dalle premesse sbagliate che qualche potenza sconosciuta abbia prodotto l’indigenza, e che si deve innanzitutto eliminarla prima di mettersi a pensare nella maniera giusta; si deve aver chiaro che, siccome l’indigenza deriva da una maniera non giusta di pensare degli uomini, solo un pensiero corretto sarà in grado di eliminarla”.

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