J’ACCUSE/ Mazzotta: i 300 nemici della manovra di Letta (e delle imprese)

- int. Roberto Mazzotta

Per il mondo produttivo italiano, spiega ROBERTO MAZZOTTA, sarebbe necessario un taglio consistente delle tasse. Possibile solo se si agisce sulla spesa pubblica improduttiva

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Anche questa volta non si può certo dire che il governo si sia sprecato. Certo, i 5,6 miliardi di tagli per le imprese dal 2014 al 2016 e gli altri 5 per i lavoratori contenuti nella legge di stabilità sono stati notificati con annunci roboanti. Ma si tratta di noccioline. Almeno per i diretti interessati. Abi, Alleanza delle Cooperative, Ania, Confindustria e Rete Imprese Italia hanno spiegato che è mancata «una rapida e decisa azione di tagli alla spesa pubblica», mentre si rende tuttora necessaria «una riduzione più incisiva del cuneo fiscale e costo del lavoro». Abbiamo chiesto a Roberto Mazzotta, presidente dell’Istituto Luigi Sturzo, se si sarebbe potuto e dovuto fare di più.

Cosa ne pensa della manovra del governo?

Al sistema delle imprese, come a tutta l’economia italiana, servirebbe un complesso di decisioni ben più radicali di quelle assunte con la legge di stabilità. A partire da un consistente taglio fiscale.

Di quanto?

Del 10-15% rispetto all’attuale tassazione. Il deficit competitivo con gli altri Paesi europei, infatti, deriva prevalentemente dal fatto che altrove l’imposizione fiscale per le aziende si aggira sul 30%, massimo 32%. Da noi supera abbondantemente il 40%.

Mancano le risorse.

Le risorse si possono recuperare con un consistente, stabile e progressivo taglio della spesa pubblica improduttiva. Ipotesi rispetto alla quale, anche in questo governo, ovviamente nessuno pone obiezioni. Il problema è che un’operazione di questo genere ha una valenza pluriennale. Chiunque si trovi ad agire in tal senso si scontra con le resistenze delle grandi corporazioni. A partire da quella del management pubblico. Ovvero, 200-300 grandi funzionari dello Stato che, di fatto, detengono il potere; e  che, siccome la spesa pubblica rappresenta la loro rendita, non la toccheranno mai. Stesso discorso vale per uno dei buchi neri della finanza pubblica, costituito dalle spesa regionale. Ci sono 7.200 aziende controllate dagli enti locali che rappresentano un sottobosco di spesa inutile e dispersiva.

Perché nessun governo intacca questi meccanismi?

Perché, per farlo, serve una forza di cui il governo non dispone. Non è pensabile che possa agire in tal senso un esecutivo condizionato dalle inquietudini e dalle fibrillazioni di tutti e tre i partiti che lo sostengono. Non che in passato le circostanze fossero migliori. Il grande male italiano, quello che rende impossibile realizzare le misure per la ripresa, è l’assoluta inconsistenza delle forze politiche, ormai del tutto inadeguate e ridotte al lumicino.

Si ritiene, inoltre, che le casse dello Stato non possano sostenere il contraccolpo del minor gettito che deriverebbe dal taglio delle tasse.

È un concetto sbagliato. Prendiamo l’Irap: una tassa demenziale, perché colpisce il lavoro e la produzione, ottenendo risultati economicamente inefficienti. È molto più grande la quantità di reddito e di produzione che viene bruciata dell’introito per le casse dello Stato.

 

Aumentare la produzione, tuttavia, non alimenta la domanda.

Il mondo della produzione, infatti, non chiede esclusivamente di ridurre la tassazione sul reddito d’azienda, ma su tutti i fattori produttivi; quindi, sia su quelli di organizzazione dell’azienda e del capitale d’impresa, che su quelli del costo del lavoro. Meno tasse, in sostanza, rilanciano la competitività e, contestualmente, la domanda. Aumenterebbe, infatti, il reddito nelle buste paga. C’è da dire, infine, che l’Italia, in questi anni, sul fronte dell’export ha fatto miracoli, aumentando il commercio estero proprio durante la crisi. Il che dimostra che non siamo il Paese del declino. Stiamo reagendo con una forza imprevedibile. Ma l’eccesso di tassazione, unito al blocco del credito (anche il mondo bancario è, a sua volta, in difficoltà) gli sta togliendo il sangue.

 

Non crede che l’Italia dovrebbe dar battaglia in Europa per modificare alcuni parametri, come il tetto del 3% al rapporto deficit/Pil?

Non dimentichiamo, anzitutto, che se non fossimo entrati nell’euro, e se non ci fosse un quadro di accordi europeo, non avremmo avuto un livello di tassi così basso, un vantaggio straordinario per un Paese con un debito pubblico tanto elevato. Tuttavia, molte condizioni sarebbero ricontrattabili, se l’Italia dimostrasse di saper indicare un percorso di riequilibrio credibile, derivante dalla stabilità dei governi, dalla forza delle coalizioni e dall’efficacia di un piano pluriennale di rientro e riduzione della spesa.

 

(Paolo Nessi

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