MANOVRA/ Campiglio: imprese e famiglie, ci vuole un “salvataggio”

- int. Luigi Campiglio

Secondo LUIGI CAMPIGLIO, la riduzione del cuneo fiscale può non essere la strada giusta per rilanciare la competitività e, soprattutto, per rafforzare il potere d’acquisto delle famiglie  

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La sensazione di fondo è che la politica abbia perso l’ennesima occasione per migliorare le condizioni economiche dell’Italia, mentre non si è lasciata scappare quella di aggravare ulteriormente il carico fiscale. Migliorare la legge di stabilità, fin qui bocciata dall’Europa per manifesta incapacità di rilanciare lo sviluppo, è ancora possibile. Non sembra, tuttavia, che ci sia la volontà di farlo. Ieri, intanto, si è riunito il comitato interministeriale per la revisione della spesa pubblica che, entro il 2014, dovrebbe tagliare al massimo uno o due miliardi di euro. Abbiamo parlato di tutto ciò con Luigi Campiglio, professore di Politica economica presso l’Università Cattolica di Milano.

Ha ragione l’Europa quando afferma che la legge di stabilità non produrrà sviluppo?

Una delle ragioni del mancato sviluppo è il perdurare del vincolo aggiuntivo sul fronte della politica fiscale costituito dal tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil; un tetto che persiste nonostante i grandi sacrifici fatti dal nostro Paese. La posizione dell’Ue è legata al fatto che, secondo le sue proiezioni – e sottolineo le sue – il rapporto, nel 2014, non diminuirà. Un paradosso, se si considera che è proprio la caduta del Pil la causa di fondo del rapporto negativo, e che tale caduta, in parte, è proprio provocata dai vincoli fiscali che ci sono imposti. In tal senso, non oso pensare all’impatto che potrebbe avere sul Paese l’applicazione, dall’anno prossimo, del Fiscal compact.

Da cosa dipende questa miopia?

L’Ue è talmente vicina, fisicamente, a tutti gli Stati che ne fanno parte, che non dovrebbe avere difficoltà a conoscerli a fondo. Eppure, nei confronti dell’Italia, ma non solo, ha lo stesso rapporto che potrebbe avere con la Nuova Zelanda: sa che esiste, e ne conosce approssimativamente la situazione economica. È evidente, per esempio, che solo mezzo punto di Pil, per noi, rappresenterebbe un margine di manovra aggiuntivo tale da dare un impulso enorme alla nostra economia. Insomma, c’è ancora tanta strada da fare perché il governo che si è instaurato a Bruxelles operi per il bene dell’Europa.

Nell’ambito della legge di stabilità, la politica dovrebbe avere più coraggio rispetto al cuneo fiscale?

La questione del cuneo fiscale si pone perché siamo privi dei classici strumenti di rilancio della competitività: non possiamo svalutare la moneta e, a questo punto, neppure agire sulla leva fiscale. Tuttavia, considerando l’erosione del potere d’acquisto delle famiglie già in corso ormai da anni, assisteremo a un’ulteriore riduzione del tasso d’inflazione che, da tempo, è già strutturalmente più basso di quello della Germania. In tale scenario, la riduzione del cuneo fiscale si limiterebbe ad aggiustare i margini delle imprese o, per meglio dire, il tasso di cambio reale. Rappresenterebbe, quindi, una sorta di svalutazione interna su cui sarebbe opportuno interrogarsi circa l’effettiva utilità e la capacità di rilancio dei consumi.

Lei cosa suggerisce?

Ci sono moltissime imprese che chiudono o, cosa ancora peggiore, si ridimensionano. E, se si ridimensionano, vuol dire che il Paese si rimpicciolisce e il tenore di vita di tutti ne risente. In tal senso occorre, anzitutto, sbloccare il settore del credito, appianando l’enorme divario che esiste con la Francia, la Germania e con la stessa Spagna; in secondo luogo, è necessario salvare le aziende in crisi. Mi riferisco, ovviamente, a quelle sane, che rischiano di soccombere esclusivamente per l’avversa contingenza economica e non a quelle che fallirebbero comunque. Perché l’Italia non può fare quello che hanno gli Usa con Chrysler? Tanto più che, spesso, non si considera che per ogni impresa che fallisce ci sono centinaia, se non migliaia di dipendenti che finiscono in carico allo Stato; infine, dovremo puntare sulla Green Economy: si tratta di un settore sottovalutato, che può rappresentare per il Paese un nuovo sentiero di sviluppo.

 

Perché lo crede?

Richiede un know-how, e un contributo tecnologico e di conoscenza di cui, effettivamente, disponiamo, ma che stiamo disperdendo. Mi riferisco, per intenderci, a tutti quei giovani che vanno a lavorare in Germania.

 

Sul fronte dell’imposizione fiscale e, in particolare, di quella sugli immobili, cosa accadrà?

Il peso fiscale, negli ultimi 20 anni, si è scaricato inevitabilmente sempre e solo sulle famiglie. Il rischio che l’attuale legge di stabilità, alla fine, determini l’ennesimo aggravio, purtroppo è molto alto. È evidente, per esempio, che le amministrazioni locali, subendo anch’esse l’impatto della crisi, non potranno far altro che tagliare i servizi o aumentare l’imposizione generale; operazioni che, con ogni evidenza, non vanno di certo a svantaggio del ceto più abbiente.

 

Cosa ne pensa della nuova spending review che il governo sta mettendo a punto?

Abbiamo teorizzato per anni che la spending review avrebbe rappresentato una riduzione della spesa attraverso il taglio degli sprechi. Così non è mai stato e ogni governo si è sempre limitato a effettuare dei tagli lineari, spesso casuali. Non posso fare altro che sperare che sia la volta buona e che si riesca, finalmente, a eliminare le reali sacche di inefficienza. Non dovrebbe essere così difficile, dato che, per lo più, sono note e non passa giorno in cui in mass media non le denuncino. Mi fa ben sperare il fatto che il nuovo commissario, Carlo Cottarelli, proviene dalFmi: dovrebbe avere sufficienti competenze per essere la persona giusta. 

 

(Paolo Nessi)

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