CROLLO PIL/ Bertone: per l’Italia un’altra “tempesta” in arrivo

- Ugo Bertone

Gli ultimi dati arrivati sul Pil in Italia (come in tutta l’Eurozona) non sono affatto confortanti e le previsioni sul futuro sono a tinte fosche. L’analisi di UGO BERTONE

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Parlare di recessione, ahimè, non fa più notizia. Ma gli ultimi dati in arrivo dall’Eurozona, più brutti delle previsioni pur già fosche, segnano un salto di qualità nella crisi. Innanzitutto, sotto la spinta concomitante dei minori consumi e delle misure di risanamento dei conti pubblici, la Banca centrale europea ha azzerato le previsioni di crescita sia per il 2013 che per il 2014. Solo pochi mesi fa, il bollettino della Bce indicava una seppur modesta crescita, nell’ordine dei decimali, per i prossimi due anni.

Sull’altare dell’austerità, l’Europa a 27 si avvia a vivere due anni perduti che vanno ad aggiungersi a quelli del recente passato: cinque per l’Italia, uno degli anelli più deboli. Ma forse la realtà è ancora peggiore: le previsioni di Francoforte, infatti, si sono basate sulla prospettiva di una ripresa nella seconda parte dell’anno cui continua a credere, ad esempio, il ministro dell’Economia Vittorio Grilli. Ma come si fa a pensare anche a un modesto rimbalzo se si dà per probabile la crescita zero anche per il 2014?

La risposta, a leggere il bollettino, sta nella domanda estera: “Contributi positivi alla crescita – si legge – continuano a venire dalla domanda estera”. Nel complesso, perciò, gli economisti della banca centrale “si aspettano che il Pil in termini reali torni a un ritmo di espansione sostenuto a metà del 2013”. Speriamo che vada così. Ma le indicazioni in senso opposto non mancano. Sul fronte dell’export, l’eurozona si appresta a sostenere l’urto di competitor temibili.

I segnali più clamorosi arrivano dal Giappone di Shinzo Abe. Anche il Sol Levante vive in uno stato di crisi quasi perenne. Nel 2012 il Pil è arretrato dello 0,4%: per il terzo anno consecutivo l’economia chiude in rosso, nonostante la pioggia di stimoli per le grandi opere post terremoto che hanno contribuito a far schizzare il debito pubblico al 236% del Pil. Ma Tokyo ha scelto una terapia opposta a quella di stampo tedesco che regna in Europa: nuova iniezione di capitali nell’economia, ritocco verso l’alto del target di inflazione per rimuovere il fantasma della stagnazione. Soprattutto, una svalutazione competitiva nei confronti del resto dell’economia globale, con l’obiettivo di riportare lo yen a quota 100 sul dollaro, cioè ai livelli in cui si trovava prima che la politica accomodante della Fed lo facesse scivolare in basso,

A parole, la Comunità internazionale biasima l’aggressività giapponese. Nei fatti, è assai dubbio che dal vertice del G20 del weekend a Mosca emerga molto di più di un generico richiamo all’azione comune per mantenere stabili i cambi. Da Washington, del resto, sono già arrivati segnali di “comprensione” per Tokyo, alleato prezioso nel Far East in funzione di contenimento del gigante cinese. Londra fa già sapere che si appresta ad allentare la politica monetaria e a non vivere come un dramma il deprezzamento della sterlina.

In questa cornice l’euro è protagonista di una rivalutazione non gradita, che rischia di vanificare gli sforzi del Sud Europa per recuperare competitività sui mercati internazionali. Ma alla richiesta di intervento sollevata dalla Francia (l’Italia, tra scandali e polemiche elettorali, non ha alcuna voce in capitolo) è stata respinta al mittente.

Le contraddizioni del quadro europeo, faticosamente ricomposte in occasione della crisi greca, si ripresentano puntuali sul fronte della moneta: la Francia rivendica la necessità di una politica aggressiva per evitare che la rivalutazione bruci i sacrifici sostenuti per rilanciare la competitività del made in France. La Germania risponde picche: la debolezza dell’export del sud Europa non si risolve abbassando il valore dell’euro, bensì con interventi strutturali.

Sullo sfondo resta l’eterna contraddizione europea: come conciliare le opposte esigenze di paesi in surplus strutturale (come la Germania) con quelli di aree in deficit di capitale, come Italia e Spagna? Negli anni delle vacche grasse sembrava possibile: i capitali in eccesso di Berlino o Amsterdam altro non chiedevano che finanziare l’immobiliare spagnolo o il debito pubblico italiano. Poi il brusco risveglio, dati i flussi di capitale da Nord a Sud. Oggi, segnala il Bollettino della Bce, dopo la grande crisi c’è un ritorno di fiducia nei mercati finanziari: “Gli indicatori basati sulle ultime indagini congiunturali confermano le precedenti evidenze di una stabilizzazione della fiducia di imprese e consumatori, ancorché su livelli contenuti”. Ma durerà? O tra quindici giorni, dopo le elezioni italiane, ci sarà un brutto risveglio? Di sicuro, tra scandali bancari e blitz della guardia di Finanza presso le grandi società pubbliche, l’Italia non sembra destinata ad attrarre investimenti a lungo termine…

In sintesi, il mondo d’oggi è pieno di problemi, ma l’Europa sembra averne più degli altri. E dopo i miracoli di Mario Draghi ci vorrà qualcosa di più. Difficile che basti la deroga alla Francia per rientrare nei parametri del debito, concessa dall’Ue a Parigi da quello stesso commissario, Olli Rehn, che aveva rifiutato un’analoga soluzione per la Grecia. Anzi, la regola dei due pesi e delle due misure adottata per Parigi rispetto ad Atene apre una crepa nella comunità: quali Paesi dell’Est Europa si fideranno ancora dello spirito europeo di Bruxelles?

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