GIOVANNINI VS MARCHIONNE/ Benvenuto: burocrati e giudici mettono ko l’industria

Per GIORGIO BENVENUTO, l’intesa tra le parti sociali non può essere sostituita dal governo e chiedere alla magistratura di scegliere le regole è contraddittorio rispetto alla nostra storia

01.08.2013 - int. Giorgio Benvenuto
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Sergio Marchionne (Infophoto)

“Non sono d’accordo con Marchionne che ritiene che oggi sia impossibile fare impresa in Italia”. Sono le parole di Enrico Giovannini, ministro del Lavoro, secondo cui “ci sono molte imprese che in queste condizioni stanno continuando a investire, a crescere, a creare profitto e posti di lavoro. Questo nonostante le indubbie difficoltà”. “Le condizioni industriali in Italia rimangono impossibili”, aveva affermato l’ad della Fiat. La polemica era sorta a seguito della sentenza della Corte costituzionale, che aveva valutato illegittimo l’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori sulla rappresentanza sindacale. La Fiat si era avvalsa della norma per escludere la Fiom in quanto non aveva sottoscritto gli accordi con l’azienda, e il sindacato di Maurizio Landini aveva presentato ricorso alla Consulta. Ilsussidiario.net ha intervistato Giorgio Benvenuto, già Segretario generale della Uil e Presidente della Fondazione Bruno Buozzi. 

Che cosa ne pensa della querelle tra Marchionne e il ministro Giovannini?

I problemi ci sono, certamente Marchionne li esaspera, ma Giovannini li minimizza. Per un’impresa manifatturiera, soprattutto se vuole fare ricerca, investire nel nostro Paese non è proprio semplice. In passato le colpe sono state del sindacato, soprattutto per quanto riguarda il costo del lavoro troppo elevato e l’eccesso di scioperi.

Qual è invece la causa dei problemi attuali?

Oggi la responsabilità è del peso della burocrazia e dell’incertezza. Ci troviamo in un Paese con troppe leggi e centri di intervento. Oltre a Comune, Provincia, Regione e Stato centrale, abbiamo le varie authority. Anche per questo il nostro è un Paese che si avvia alla “decadenza dell’Impero bizantino”. Marchionne minaccia di andarsene dall’Italia, mentre io penso che non ci si debba rassegnare. Negli ultimi anni sia dal centrodestra, sia dal centrosinistra sono venute delle indicazioni, in Parlamento c’è addirittura una commissione bilaterale che dovrebbe attuare le semplificazioni, ed è questa una delle sedi in cui risolvere i problemi.

Come valuta la decisione della Corte costituzionale sulle rappresentanze sindacali?

L’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori è una norma in vigore da 20 anni. Si è trattato di una modifica voluta dalle organizzazioni sindacali e dal mondo imprenditoriale e trovo a dir poco singolare che a distanza di così tanto tempo la Corte costituzionale decida di dichiararla illegittima. Quella sull’articolo 19 si somma con altre decisioni della Corte costituzionale francamente discutibili. Mi riferisco, per esempio, all’eliminazione del tetto agli stipendi per i manager pubblici e del contributo di solidarietà sulle pensioni alte, al blocco della legge sulla riduzione delle Province e sulla possibilità della Corte dei conti di intervenire sulle Regioni con i bilanci in disordine. Se un tempo la Consulta sembrava avere una visione progressista, oggi la sua funzione sembra sempre di più essere quella di intervenire per lasciare il Paese così com’è, con tutte le sue contraddizioni e iniquità.

 

Come si può intervenire per risolvere il problema sulle rappresentanze sindacali?

L’iniziativa era stata presa 20 anni fa dalle Parti sociali, grazie a un accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, e ritengo che anche oggi la strada sia quella. Gli accordi hanno sempre funzionato, anche in momenti difficili come la stagione dei consigli di fabbrica. L’intesa tra le Parti sociali è fondamentale e non può essere sostituita né dal Parlamento, né dal Governo, in quanto questi ultimi sono sempre di parte. Ci si può inoltre rivolgere ai tribunali se ci sono violazioni, ma chiedere alla magistratura di sostituirsi al Parlamento e al sindacato definendo le regole di rappresentanza mi sembra contraddittorio rispetto alla storia della Seconda repubblica.

 

Marchionne ha minacciato di trasferire all’estero la produzione delle nuove Alfa Romeo. Che cosa pensa di queste affermazioni?

Marchionne assomiglia più a Valletta che a Gianni Agnelli. I primi due sono accomunati da una logica che vede come principale punto di riferimento gli azionisti, mentre Agnelli si preoccupava soprattutto che la Fiat si identificasse con l’Italia e con Torino. Marchionne dal punto di vista anagrafico è italiano, ma in realtà ragiona come se fosse un grande manager sovranazionale che privilegia il rapporto con istituzioni forti, a cominciare dagli Stati Uniti. Non condivido che la Fiat vada all’estero, ma alcune delle questioni indicate da Marchionne sull’inefficienza del nostro Paese meritano maggiore attenzione. Ciò che addebito a Marchionne è la sua scelta di uscire da Confindustria, in quanto non si può accettare senza colpo ferire che la più grande industria italiana esca dall’associazione datoriale del nostro Paese.

 

(Pietro Vernizzi)

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