LEGGE DI STABILITA’ 2015/ Il “buco” che non aiuta la ripresa dell’Italia

- int. Luigi Campiglio

Per LUIGI CAMPIGLIO, la legge di stabilità non è adeguata a dare vita alla ripresa rapida di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo favorire prontamente investimenti, a partire da quelli pubblici

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Il fatturato continua la china discendente (-0,2%) mentre gli ordinativi dell’industria nei primi dieci mesi dell’anno registrano un lusinghiero +1,2% rispetto allo stesso periodo del 2013. Sono i dati che emergono dall’ultimo rapporto dell’Istat, secondo cui nel periodo gennaio-ottobre le esportazioni crescono ancora di più, con un +2,1% per il fatturato estero delle imprese italiane e un +2,8% per gli ordinativi esteri. Nei primi dieci mesi dell’anno il fatturato interno è pari invece al -1,4% e gli ordinativi interni sono fermi (0%). Confrontando ottobre 2014 con lo stesso mese dell’anno precedente si ha un -0,7% per il fatturato totale e un -0,2% per gli ordinativi. Preoccupante però il confronto tra ottobre e settembre 2014, in quanto gli ordinativi esteri calano dell’1,9%. Ne abbiamo parlato con Luigi Campiglio,professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano.

Come valuta i dati Istat su fatturato e ordinativi dell’industria?

Questi dati segnalano un’economia che sembra aver toccato il punto più basso, e da qui in poi dovremmo poter risalire, se si creano le condizioni appropriate e si adottano provvedimenti di politica economica adeguati. Il dato relativo agli ordinativi rivela una situazione ancora “traballante”, che non fornisce una direzione decisamente positiva. Ci troviamo di nuovo in una situazione in cui buone decisioni potrebbero iniziare a far pendere la bilancia dal lato giusto.

La Legge di stabilità imprime la direzione giusta alla nostra politica economica?

La Legge di stabilità non è adeguata a dare vita alla ripresa rapida di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo favorire prontamente investimenti, a partire da quelli pubblici, in modo tale che mettano a loro volta in movimento quelli privati. Per fare questo è inevitabile che nel breve periodo la soglia del 3% del disavanzo pubblico possa essere sforata per finanziare questi investimenti.

Ritiene che l’Europa possa accettare questa richiesta?

Su questo esiste una trattativa in corso molto delicata e importante che spero vada a buon fine, perché se così non fosse dall’anno prossimo ci troveremmo di nuovo in una situazione di difficoltà. Aggiungo che in Europa ciò vale per l’Italia ma non solo. Dobbiamo passare da un’ossessiva focalizzazione sul cosiddetto “output gap”, quindi dal saldo di bilancio costi quel che costi, a una politica che spinga l’acceleratore su investimenti e occupazione.

Ha fatto bene Renzi a candidare l’Italia alle Olimpiadi 2024?

Il Paese va a pezzi, bastano due gocce di pioggia per mandarlo in crisi, e quindi non c’è bisogno di pensare alle Olimpiadi.

 

Su che cosa bisogna investire allora?

Dobbiamo investire su scuola, cultura e giovani. Occorrono inoltre investimenti immediati sull’ambiente. Noi abbiamo un Paese bellissimo che sta andando a pezzi, e le recenti vicende tra cui le alluvioni lo dimostrano, per il semplice motivo che non si fa la manutenzione. Le cose da fare sono tante, ma soprattutto urgenti: non possiamo aspettare ancora un altro anno. Altrimenti nell’ipotesi migliore sarà un 2015 di stagnazione, caratterizzato da uno zero virgola.

 

In che modo è possibile rimettere in moto il settore privato?

Se vengono stanziati investimenti pubblici per risanare l’ambiente, necessariamente si mette in movimento anche il settore privato. Dobbiamo fare leva sul primo settore perché si rimetta in moto il secondo.

 

Perché ciò avvenga occorrono pagamenti più rapidi della Pa verso le imprese?

Sì. Il problema è che sono anche le regole di bilancio, e non solo la burocrazia, a bloccare i pagamenti. Occorre quindi intervenire sulla burocrazia e creare un quadro di maggiore flessibilità sulle regole di bilancio. Altrimenti ci troveremo con un’Europa divisa in due: da un lato quella dei Paesi vincenti e dall’altra quella dei Paesi perdenti, tra i quali appunto c’è l’Italia.

 

(Pietro Vernizzi)

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