FINANZA/ Pelanda: il super-euro “tedesco” ci rimanda in recessione

Il cambio euro/dollaro, sempre più vicino a quota 1,40, costituisce uno svantaggio sistemico notevole per l’Italia e la sua economia. CARLO PELANDA ci spiega perché

10.03.2014 - Carlo Pelanda
merkel_riunioneR439
Angela Merkel (Infophoto)

Il rialzo del cambio dell’euro sul dollaro, ora vicino allo 1,40, preoccupa molto perché, riducendo la competitività valutaria delle esportazioni italiane, potrebbe compromettere la già stentata ripresa e perfino riportare l’economia italiana in recessione. Il sistema industriale con capacità esportative contribuisce per circa un quinto al Pil complessivo. Il restante 80% dipende da dinamiche del mercato interno ancora “piatte” o residualmente recessive a causa dell’eccessivo carico fiscale e della restrizione del credito che deprimono consumi e investimenti.

Se viene a mancare l’impulso dell’export non c’è altro che possa spingere la crescita, a meno che il governo non tagli spesa e tasse per decine di miliardi, ma appare improbabile nel breve-medio termine. Va detto che l’euro alto ha il vantaggio di ridurre il prezzo delle importazioni. Ma nell’analisi costi/benefici un cambio euro/dollaro che superi l’1,30 è certamente uno svantaggio grave, sistemico, per l’Italia. Quello perfetto sarebbe attorno allo 1,20.

Quanto durerà il cambio de-competitivo? Il cambio viene influenzato dai flussi globali di capitale. Da qualche mese questi stanno abbandonando gli investimenti nei paesi emergenti a favore dell’Eurozona perché considerata densa di valori sottovalutati a un basso livello di rischio. Pertanto era ed è normale un breve periodo di picco del cambio. Ma sta durando troppo a causa di una posizione incomprensibile da parte della Bce: tiene una politica monetaria deflazionista, pur in assenza di inflazione, che rende l’euro più forte del dollaro.

Ciò è un’anomalia in quanto il dollaro, poiché espressione di un’economia sana e in crescita, dovrebbe essere più forte e quindi aumentare il suo valore di cambio sull’euro. Inoltre, il dollaro è alla fine del ciclo delle misure reflazionistiche straordinarie che lo hanno indebolito negli ultimi anni mentre l’euro, vista la crescita bassa dell’Eurozona, dovrebbe essere all’inizio e quindi, in prospettiva, indebolirsi, come previsto da tutti gli analisti. Ma non sta iniziando, con il rischio di mandare l’Eurozona in deflazione/depressione.

Motivi? Di tecnici non ce ne sono e quindi sono politici: la Bce è bloccata dal “criterio tedesco” che vuole, irrealisticamente, la moneta forte indipendentemente dalle conseguenze economiche. In conclusione: la situazione tecnica fa prevedere una riduzione prossima del cambio dell’euro, ma quella politica no. Pertanto appare motivato segnalare un problema di indipendenza della Bce dalla (geo)politica e invocare un gesto che la confermi.

 

www.carlopelanda.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori