I NUMERI/ Pil, l’Italia si “arrende” all’Europa

Per LUIGI CAMPIGLIO, il punto non è tanto lo scostamento tra le previsioni di Letta e quelle di Padoan, ma il fatto che il Pil è ancora troppo lento per segnare un’inversione di tendenza

12.03.2014 - int. Luigi Campiglio
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Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, rivede al ribasso le stime del Pil dall’1,1% previsto dal governo Letta allo 0,6%. Una cifra, quest’ultima, in linea con quanto annunciato da Olli Rehn, commissario per gli Affari economici, che a fine febbraio ha abbassato la crescita del nostro Paese criticando duramente le politiche economiche dei nostri governi. Il ministro Padoan ha sottolineato che “i numeri che abbiamo sott’occhio sono più vicini a quelli della Commissione di quanto non fossero in passato. Il mio atteggiamento è di essere prudente, preferisco tenermi basso”. In molti hanno visto però in questa scelta una polemica nei confronti delle stime troppo ottimistiche del governo Letta, già criticato da Renzi il quale aveva sottolineato: “Sapevamo che i numeri non erano quelli che raccontava Letta, ma siamo gentiluomini e non abbiamo calcato la mano”. Abbiamo chiesto a Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica, di commentare questi dati.

La scelta di Padoan di rivedere le previsioni sul Pil è una sorta di atto d’accusa verso il governo Letta?

Se c’è un’intenzione del genere è molto ben nascosta. Padoan ha semplicemente corretto la variazione che a suo tempo era stata indicata dal governo Letta sulla base delle cifre della Commissione Ue. Il punto è che non sono chiarissime le modalità con cui sono calcolate le previsioni fornite da Bruxelles per il calcolo di aggregati decisivi come il disavanzo e l’output gap (la differenza tra il Prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale, Ndr).

Come si spiega questa differenza nelle previsioni del precedente governo e della Commissione Ue?

Si tratta di due stime che utilizzano modelli interpretativi diversi. Il risultato diverso potrebbe dipendere dalle cosiddette variabili esogene. Le stime del governo Letta potrebbero cioè avere sopravvalutato l’impatto dell’effetto delle esportazioni. È possibile che le previsioni in quel momento facessero affidamento su una crescita più brillante del commercio mondiale. Quest’ultimo cresce, ma un po’ meno del previsto. Sta di fatto che una crescita dello 0,6% è molto bassa e difficilmente invertirà la tendenza del tasso di disoccupazione nel corso del 2014.

Quanto incide invece la domanda interna sulla mancata crescita del Pil?

La domanda interna è crollata tra il 2012 e il 2013. Potrebbe avere toccato il fondo, ma si tratta di vedere se ci sarà o meno un effetto di rimbalzo. Mancano le condizioni favorevoli per una ripresa del Pil nel 2014, in quanto la situazione occupazionale continua a rimanere critica e migliora molto lentamente. Anche qualora questi 10 miliardi dovessero andare a beneficio dell’Irpef, non è chiarissimo quale sarà l’effetto complessivo sul reddito disponibile perché simultaneamente ci sono tutti gli aggiustamenti sulle tasse locali. Il beneficio sarà piuttosto differenziato da contribuente a contribuente, e più che andare a vantaggio delle famiglie lo sarà nei confronti dei singoli contribuenti. Non c’è infatti alcun criterio che tenga conto della composizione familiare.

 

Quanto contano le differenze d’impostazione tra il governo Letta e il governo Renzi?

È troppo presto per fare considerazioni di questo tipo. Oggi dovrebbe arrivare la prima decisione sulla manovra fiscale e cominciamo a vedere se ci sarà una diminuzione delle imposte oppure una riduzione dell’Irap come chiesto da diverse parti. Apparentemente il governo Renzi si sta muovendo nella sua fase iniziale con una velocità maggiore, ma è prematuro per dire se ciò porterà o meno a dei risultati in quanto il governo si è insediato da pochissimo tempo.

 

Nel momento in cui non è ancora chiaro come sarà riformato il sistema fiscale, come fa Padoan a prevedere quale sarà il Pil?

Tassazione e Pil ovviamente interagiscono, anche perché in questa fase la domanda interna continua a rimanere piatta. Il vero aggiustamento riguarda però la domanda estera, che tra l’altro è ciò su cui l’Italia dovrebbe poter puntare maggiormente. L’aggiustamento dall’1,1% allo 0,6% equivale sì a un dimezzamento, ma stiamo pur sempre parlando di frazioni di punto. Dopo questo tuffo verticale verso il basso, stare a discutere se il Pil crescerà dello 0,6% o dell’1,1% mi sembra abbastanza marginale. Tenuto conto che la popolazione continua ad aumentare, anche se il Pil aumenta il reddito pro capite o per famiglia rimane praticamente invariato.

 

(Pietro Vernizzi)

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