LETTERA/ Una tassa in meno da pagare fa davvero bene alle imprese?

- La Redazione

Il dimezzamento dell’importo del diritto annuale che le imprese versano alle Camere di Commercio si traduce davvero in un beneficio per le pmi? DAVIDE ORI

portafogli_phixr
Infophoto

Caro direttore,
sono uno studente della cattolica di Milano, figlio di una dipendente della Camera di Commercio. Ma soprattutto sono un cittadino italiano.

Per questo, sono preoccupato del progetto governativo di riforma e semplificazione della Pubblica amministrazione (Riforma Pa), che ha già previsto il dimezzamento dell’importo del diritto annuale che le imprese versano alle Camere di Commercio e, a regime, la totale abolizione dello stesso (ed il trasferimento del Registro delle Imprese al Ministero dello Sviluppo Economico).  

Sembrerebbe positivo, per le piccole e medie imprese italiane, una “tassa in meno da pagare”, ma siamo veramente sicuri che tutto ciò si traduca davvero in un’agevolazione e una semplificazione per le imprese stesse? 

Secondo la relazione tecnica al DL 90/2014, tale misura porterebbe uno sgravo fiscale a carico delle imprese di circa 400 milioni di euro, ma si tratterebbe di un vantaggio esclusivamente per le grandi imprese, che in Italia rappresentano l’1% del totale. “Tuttavia, questo beneficio immediato potrebbe rivelarsi un boomerang in quanto metterebbe a rischio la sostenibilità del sistema camerale e, con esso, i numerosi servizi che fornisce a favore delle imprese, specialmente quelle di piccola dimensione”, come si legge nello studio presentato venerdì scorso da Unioncamere Veneto e dall’Associazione Artigiani Piccole imprese (Cgia) di Mestre.

Il finanziamento delle Camere di Commercio non incide sulla fiscalità generale: i bilanci camerali si fondano soprattutto sulle entrate da diritto annuale e dai diritti di segreteria, che consentono alle Camere di Commercio di avere un grado di autofinanziamento elevatissimo (81%), ben superiore a quello di Comuni, Province e Regioni. Le risorse che le imprese versano alle Camere di Commercio rimangono sul territorio. In media il 93% delle piccole-medie imprese italiane paga per il diritto annuale 80 euro, il 7% 1000 euro, e lo 0,1% paga tra i 20 e i 40 mila euro l’anno. E quel 93%, insieme con il territorio in cui risiede, beneficia di più di quanto dia.

Ad esempio a Modena, dove lavora mia madre, gli interventi a beneficio delle imprese di Bastiglia e Bomporto, colpite dall’alluvione del 19 gennaio scorso, sono stati di oltre un milione di euro già liquidati a 224 imprese, e ne sono previsti ulteriori per le imprese di Castelfranco Emilia, Nonantola e San Cesario sul Panaro, colpite dalla tromba d’aria del 30 aprile. E ancora, il sostegno economico agli studenti delle scuole superiori per il Lavoro Estivo Guidato e gli Stage all’estero, alle scuole per l’acquisto di attrezzature per i laboratori degli istituti tecnici e professionali, alle cooperative sociali per l’inserimento dei lavoratori più svantaggiati, la partecipazione alla realizzazione del Festival della Filosofia e alle iniziative nell’ambito di Modena Terra di Motori (nel 2013 e nel 2014 centomila euro per ciascuna delle due iniziative, che sappiamo produrre un indotto immediato pari a 3 volte l’investimento economico originario).

E infine, i numerosi contributi a fondo perduto che le Camere di Commercio erogano direttamente alle imprese, ai sistemi fieristici, ai centri di innovazione, per l’internazionalizzazione e per il sostegno al credito…

“La proposta di riforma (il DL 90/2014, ndr) metterebbe a rischio 2.500 posti di lavoro (se fosse approvato il disegno di legge delega nel testo proposto dal Governo si stimano 25.000 posti di lavoro a rischio, tra i dipendenti camerali e coloro che lavorano grazie ai contributi e ai progetti finanziati dalle Camere, ndr), comporterebbe un aggravio alle casse dello Stato di 167 milioni di euro (perché le Camere di commercio versano ogni anno allo Stato tra imposte e risparmi circa 90 milioni di euro e contribuiscono a favorire i sistemi di accesso al credito garantendo nei prossimi tre anni un versamento pari a 210 milioni di euro, ndr) ed avrebbe un effetto recessivo complessivo di circa 2,5 miliardi di euro (pari allo 0,2% del valore aggiunto nazionale)”, continua lo studio.

E, soprattutto, cambierebbe la cifra dell’economia su cui si basano le Camere: la sussidiarietà, tutto ritornerebbe nelle mani dello Stato, che, oltre a non poter sostenere le spese dei bisogni della piccola e media impresa e ad aumentare ancora di più la disoccupazione del Paese, non avrebbe più un ente intermedio che possa essere vicino al territorio, facendosi carico delle necessità quotidiane.

In un momento in cui si cerca di tagliare le istituzioni inutili e velocizzare una macchina lenta e inceppata, mi auguro che le tante cose che vengono affrontate al Parlamento non accelerino al punto da non saper più valutare ciò che è utile per il nostro bene, e quindi per il nostro Paese.

D’altronde, come dice un vecchio proverbio, “la gatta frettolosa fece i figli ciechi”.

Davide Ori 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori