RIPRESA/ Giannino: ecco l’errore che costa caro all’Italia

- int. Oscar Giannino

Per OSCAR GIANNINO, un maggiore realismo avrebbe consentito al nostro governo di mostrare in sede Ue che il problema è comune anche se noi continuiamo a essere quelli che stanno peggio

acciaio_operaio_phixr
Infophoto

Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le stime per la crescita del Pil italiano nel 2014, mentre Spagna e Regno Unito vanno meglio del previsto. Un quadro non certo incoraggiante se si mettono insieme gli ultimi dati sulle prospettive economiche pubblicate tra giovedì e ieri. Da un lato il Fmi ha corretto al +0,3% le stime per la crescita dell’Italia nel 2014, contro il +0,8% previsto dal governo Renzi. Secondo il Banco de Espana nel frattempo Madrid nel 2014 crescerà dell’1,3%. Dati positivi anche per il Regno Unito, che secondo l’Ufficio di statistica britannico (Ons) nel secondo trimestre 2014 è cresciuto dello 0,8%, tornando ai livelli pre-crisi. Ne abbiamo parlato con il giornalista economico Oscar Giannino.

Partiamo dal dato italiano. Che cosa ne pensa di questa revisione al ribasso del Fmi?

Fin dall’inizio la previsione governativa del +0,8% incorporava un ottimismo che, al netto della propaganda politica, non poteva stare in piedi, se non a patto di circostanze internazionali che sono rapidamente sfumate. Quel +0,8% poteva essere confermato solo in un contesto di rialzo delle attese del commercio mondiale. Lo si è capito quando abbiamo avuto i dati del primo trimestre 2014 su commercio mondiale, crescita complessiva e conseguenze sul Pil italiano. Il quadro è di progressiva revisione al ribasso di tutti questi indicatori, per una serie di ragioni come il rallentamento dei Brics e le crisi internazionali di Ucraina e Medio Oriente.

Quindi la stima del +0,3% da parte del Fmi non la stupisce?

È ormai evidente da tre mesi che il +0,8% del governo non sta in piedi ed è quindi iniziata la correzione della Banca d’Italia al +0,2%, del centro studi di Confindustria allo 0-0,1% e quindi giovedì il Fmi al +0,3%. Dal momento che l’Italia è impegnata in sede europea nell’applicazione intelligente di criteri di flessibilità, anziché attendere i dati Fmi al governo sarebbe convenuto incorporare direttamente la correzione. Questo ci avrebbe resi più forti nella trattativa europea.

Per quali motivi?

Oltre al primo pilastro, quello internazionale, c’è anche il fatto che il riequilibrio della bilancia dei pagamenti Ue non si è messo in moto. Essere stati realisti avrebbe consentito al nostro governo di dire in sede Ue: “Come vedete il problema è comune, non riguarda solo l’Italia, anche se noi continuiamo a essere quelli che stanno peggio”.

Come si spiega allora che nel frattempo le stime per la Spagna siamo del +1,3%?

È un dato di fatto che la Spagna sta macinando più crescita dell’Italia, e ciò è in larga parte è merito di una riforma molto incisiva del mercato del lavoro. Per Madrid bisogna però aspettare i dati reali del secondo trimestre, perché nel primo a tenere il Pil su livelli positivi è stata soprattutto la componente pubblica. Per contenere il deficit a novembre e dicembre gli spagnoli hanno fermato i pagamenti, che poi nel primo trimestre sono ripartiti. Sul dato spagnolo è quindi meglio attendere a dare un giudizio, perché è pur vero che la loro riforma del lavoro è migliore di quella italiana, ma la misura solida della sostenibilità della ripresa spagnola sarà data solo dalla componente privata del secondo trimestre.

 

Che cosa ne pensa invece del +0,8% che viene da oltremanica?

Il Regno Unito ha avuto un intervento della Banca centrale molto forte e un quantitative easing alla britannica. Anche nel Pil inglese c’è una componente pubblica, ma è pur sempre un deficit di proporzioni che continuiamo a sognarci. L’Italia deve rimanere al di sotto di un rapporto deficit/Pil del 3%, mentre il Regno Unito si può permettere il 6%. L’insieme di questi due fattori produce un risultato completamente diverso rispetto alle coordinate italiane. L’Italia deve quindi ragionare in un contesto che non è quello britannico, perché non abbiamo né una nostra moneta, né la possibilità di un deficit pubblico di quelle proporzioni.

 

(Pietro Vernizzi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori