IL CASO/ “L’impero” del cachemire dove l’uomo conta più del profitto

- Sergio Luciano

Brunello Cucinelli ha un’azienda quotata in Borsa e molto famosa nel mondo. Il suo obiettivo non è però il profitto. Le sue parole raccolte da SERGIO LUCIANO

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Brunello Cucinelli (Infophoto)

“Ogni impresa deve guardare al buon andamento del suo conto economico, ma non dev’essere quello il suo fine, a me guadagnare molti soldi ha dato la possibilità di fare tante cose a custodia dell’umanità”. “Nella mia vita ho sempre applicato la filosofia del ‘mai troppo’. Inutile comprare tanti vestiti. Inutile trovare due chili di frutta in albergo quando basterebbe una buona mela. Dobbiamo abituarci a prendere solo quel di cui abbiamo bisogno”. “Il Papa, quando ha cambiato le lenti, ha detto all’ottico: ‘Vorrei pagare il giusto’. Ecco, anch’io voglio riscoprire e far riscoprire il valore della normalità nella giustizia”.

Chi è questo predicatore che dal palco del Complesso di San Nicolò, a Spoleto, si rivolge in questi termini a una platea di cinquecento persone – dal sindaco alle scolaresche delle scuole superiori – parlando di impresa, di solidarietà, di capitalismo, di ambiente, di etica: sì, anche di etica!?

Non è uno che chiacchieri per sentito dire. È uno che è venuto su dal nulla e soldi ne ha fatti tanti, per sé e per gli altri: si chiama Brunello Cucinelli, il suo nome è anche uno dei marchi più pregiati del made in Italy tessile, i suoi cashmere vendono per un miliardo di euro in tutto il mondo e la sua azienda, quotata in Borsa, capitalizza il doppio del fatturato. Intervistato in pubblico in una città – Spoleto – che è tra le più belle della sua bellissima terra, racconta se stesso, ed è un racconto strabiliante, che allarga il cuore perché non è pensabile che uno così, che parla così, che fa le cose che fa, non sia sincero.

Un ragazzo del ’53, a Castel Rigone, non aveva che i suoi sogni, quando era nato e mentre cresceva. Non c’erano né l’acqua, né la corrente elettrica nella casa dei suoi genitori, braccianti. “E a volte vedevo la tristezza negli occhi di mio padre”, racconta dal palco. “Eppure ho un ricordo bellissimo della prima parte della mia vita, perché fino ai 15 anni facevo il contadino, con i miei, vivevamo con le candele e nel silenzio, ma non ho mai visto i miei genitori litigare, eravamo in tredici in famiglia, lavoravamo la terra con gli animali, tiravamo la vacca con l’aratro e il mio babbo mi diceva: ‘Tirala bene, se la tiri bene il solco viene giusto, facciamolo dritto, perché è più bello’”. “Io ero felice, il proprietario della terra ci portava le caramelle… Negli occhi di mio nonno vedevo la serenità dell’anima. Ma in quelli mio padre no. E domandavo a me stesso: ma che cosa è cambiato dall’uno all’altro?”.

Lui, Brunello, non si sente cambiato da quando era un bambino povero: “Forse non sono cambiato perché non ho mai voltato le spalle alla povertà e voglio vivere nel rispetto della povertà. Anche oggi ci ricordiamo che significa essere poveri. Mio padre, che ha fatto la terza elementare ma è ancora saggio e sveglio, qualche giorno fa mi ha detto: ‘Ricordati che i debiti lavorano anche la domenica’”. E Brunello ride di gusto, per poi aggiungere: “E a volte mi chiede: ‘Vuoi essere il più ricco del cimitero?’”.

In quella lunga infanzia e adolescenza nei campi, Cucinelli non brillava per studio o iniziativa. Ma immagazzinava idee. Finché nel ’78, con un prestito di un milione di vecchie lire e molta buona volontà… “Sì, nel ’78 chiesi un prestito di 1 milione per colorare il cashmere. E andai dalle donne del paese che lavoravano benissimo la lana e chiesi loro: ‘Producetemi questi capi, non ho soldi ma fra tre mesi vi pagherò’. E loro lo fecero, fa parte della nostra cultura, io poi stavo con loro mentre lavoravano, raccontavo, coltivavo la loro amicizia”. Con molta capacità di relazione umana? “Sì, io dico sempre che San Francesco, che Tommaso da Celano nella biografia descrive ‘lento all’ira, rapidissimo a perdonare’, era un genio dei rapporti umani. Ma è l’Umbria che ha creduto in me, io sono un frutto dell’Umbria e delle banche e mi sento pieno di gratitudine verso umanità”.

Con tutta questa gratitudine nel cuore, da quel piccolo prestito e da quelle amiche lavoranti, oggi Cucinelli ha realizzato un mito. Una fabbrica-comunità dove nessuno marca il cartellino, tutti tornano a casa a pranzo, nessuno deve lavorare troppo – la filosofia del “mai troppo” – e se qualcuno lavora invece male o “troppo” poco, non viene chiamato dal capo del personale, che non esiste, ma dapprima avvicinato e interpellato dai colleghi e poi, se proprio necessario, convocato da almeno tre, insieme, dei cinque capi che svolgono alla pari la funzione di amministrare il personale, in modo da garantire sempre ai lavoratori una valutazione collegiale (non si decide niente se non in almeno tre a discuterne).

“Cerchiamo di rispettare la dignità dei lavoratori, tutto qui”, racconta Cucinelli. “C’è chi pensa che nel capitalismo non ci sia posto per l’etica, ma non è così. Io credo che al contrario c’è posto per l’etica e per l’umanesimo. Il capitalismo è sempre esistito, ma dobbiamo renderlo contemporaneo, aggiornarlo. Per capirci, mio padre non sapeva nulla del suo datore di lavoro, ora sappiamo tutto di tutti. Il mondo, con l’arrivo di Internet è diventato tutto nuovo. Internet è più la grande scoperta dell’umanità da secoli, c’è un movimento di grande moralizzazione, viviamo in un mondo in cui si vede tutto, per essere credibile devi essere autentico… Il profitto? Sì, ma perché non si dovrebbe poterlo conseguire nel rispetto della dignità umana? Perché non si può farlo recando meno danno possibile all’umanità? Bisogna, tutti, tornare all’etica, ci vuole rispetto e dignità per tutti, io direi a un giovane che raccogli quello che semini quindi: lavoriamo cercando di rispettare altri esseri, e saremo rispettati, per le imprese ci deve essere profitto ma …il giusto”.

Per Cucinelli il mondo sta vivendo “una rinascita impostata dal Papa che, appena eletto, ha detto: ‘siate custodi del creato’. Significa avere rispetto per tutto, oggi nei sondaggi in cui si chiede se si comprerebbe qualcosa da qualcuno che fa profitti non giusti, il 43% di persone dichiara che prima di comprare controlla come viene prodotto quel qualcosa, c’è una nuova moralizzazione che trovo affascinante.”. Ecco perché a Solomeo, il villaggio medievale dove si trova l’azienda di Cucinelli, completamente ristrutturato dal “magnate”, le donne e gli uomini tornano a casa a pranzo, quasi tutti: “Non voglio rubare l’anima a nessuno, ho impostato tutto sulla dignità dell’uomo. San Benedetto diceva una cosa bellissima: ‘Cura ogni giorno la mente con lo studio, l’anima con la preghiera e il lavoro’. Viviamo un’epoca in cui lavoriamo troppo, vorremmo lavorare 13-14 ore al giorno, ma così viviamo meno…”

Questo grande amore per l’uomo è anche amore per il territorio e per il suo futuro. Che transita, sì, per il rispetto dell’ambiente, ma anche per la formazione dei giovani. A Solomeo, nel 2013, Cucinelli ha fondato la “Scuola di arti e mestieri”: “Avevamo già la scuola di teatro, musica e danza, ma sono cose nobili. Invece, avevamo bisogno di ridare dignità a certi lavori, quella dignità economica e morale di cui parlavamo. Ci si vergognava di dire che facevi la sarta o l’agricoltore, invece adesso si sta riscoprendo l’agricoltura, che sta recuperando dignità morale e adesso dobbiamo ridarle dignità economica”.

Nella nuova scuola insegnano anche rammendo e ricamo, sulla lezione degli americani John Ruskin e William Morris, che nell’80 fecero scuole arti e mestieri. Gli studenti lavorano sodo, ma per 5 ore al giorno. “E ricevono un piccolo dono mensile, 700 euro”, dice Cucinelli: “Abbiamo sempre pensato che certi mestieri dovessero farli i figli degli altri. Non è vero. E oggi i nostri ragazzi e ragazze del territorio vengono recuperati alle arti e ai mestieri. Sono artigiani contemporanei, però: il sarto ha forbici e ago ma anche Ipad e laser. Il ragazzo che fa il muratore si fa il selfie con il muro appena fatto. Non è solo un tirocinio di manovalanza umile, c’è anche il nuovo”.

Sullo sfondo dell’etica – con una mirabile saldatura al prodotto che Cucinelli realizza – c’è il culto della bellezza. “La bellezza salverà il mondo”, è – non a caso – la frase di Dostoijevski che apre il sito Brunellocucinelli.it. “Sì, il mondo si salverà dalla bruttezza di chi lo abita”, scherza lui: “Perché se le cose sono fatte belle, probabilmente sono anche utili”. E qui Brunello diventa un po’ urbanista: “Credo ci sia un problema di fondo. Se è vero nelle città e nei paesi il 20% delle persone vive nel centro storico, il 70% in periferia, il 10% in campagna, possiamo dire che ormai i centri sono stati restaurati abbastanza bene; dobbiamo recuperare qualità di vita nella periferia, che avrebbe eticità e dignità, dobbiamo recuperare valore lì, e invece oggi ce ne vergogniamo. Ma se il 70% di noi vive in periferia, dobbiamo avere coraggio di riprogettarla in modo amabile…”. Su questo ragionamento è nato il “Progetto bellezza”, tre nuovi parchi ai piedi della collina di Solomeo: il Parco dell’industria, il Parco dell’Oratorio laico, il Parco agrario; grazie ai finanziamenti della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli, non a quelli della società quotata: “Vorrei provare a mettere in pratica la massima della costituzione senese del 1309: ‘È dovere di chi governa curare massimamente la bellezza per cagion di diletto ai forestieri e prosperità di città e cittadini’”.

E non può che essere ottimista, un uomo così: “Sì, noi italiani siamo un popolo moderno, vedo ovunque germi di rinascita morale, spirituale, civile, religiosa, etica, e io dico anche economica perché in qualche maniera si rivede la crescita”. 

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