RIPRESA?/ Forte: ecco i “compiti” per tornare a crescere

- int. Francesco Forte

Per FRANCESCO FORTE, l’Italia esporta birra per un miliardo di euro. È la riprova del fatto che le nostre imprese sono sane, mentre è il settore pubblico che frena l’economia

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Economia e Pil (Infophoto)

Aumenta la produzione industriale ma cala l’occupazione. È il panorama incerto di un’Italia dove la ripresa stenta a decollare. Secondo il Centro studi di Confindustria (Csc), a luglio la produzione industriale è aumentata dello 0,4% rispetto a giugno, quando era stato registrato un decremento dello 0,3% su maggio. Per l’Istat però a luglio il numero di disoccupati è aumentato dell’1,7% rispetto a giugno (+55mila unità). Nel frattempo la Banca centrale europea afferma che l’Italia è il Paese che “ha registrato i risultati peggiori” sulla crescita del Pil procapite dal 1999 al 2014 tra quelli che hanno adottato l’euro fin dall’inizio. Abbiamo chiesto un commento al professor Francesco Forte, ex ministro delle Finanze e per il Coordinamento delle politiche comunitarie.

Secondo lei qual è la reale situazione economica del nostro Paese?

C’è in primo luogo una grande confusione nel mettere insieme i dati. Non c’è dubbio, per esempio, che i numeri italiani sulla crescita paragonati al 2007 siano deludenti, ma è altrettanto evidente che ci stiamo riprendendo. Nel nostro Paese c’è inoltre una vasta economia informale e sommersa che è di continuo aumentata.

Che cosa ha fatto aumentare l’economia sommersa?

Le cause sono l’enorme pressione fiscale, l’eccesso di dirigismi e regolamentazioni e un sistema amministrativo oppressivo ma poco efficace. Una parte rilevante delle nostre imprese lascia il fatturato nel sommerso, perché magari esporta attraverso il Lussemburgo.

Quanto è aumentata nel tempo la povertà degli italiani?

Se gli italiani stessero così male si darebbero da fare un po’ di più. Nel nostro Paese ci possiamo permettere numerosi errori in quanto stiamo fin troppo bene. Le stesse grandi quantità di spazzatura bruciate nei dintorni di Fiumicino documentano che si producono anche molti rifiuti, e che dunque c’è un’attività economica maggiore di quella censita.

Italcementi intanto diventa tedesca. Lei come vede il futuro dell’industria italiana?

Nella misura in cui si fanno queste operazioni, io lo vedo in modo molto positivo. Acquisizioni come questa aprono nuovi orizzonti: per esempio, un manager di Italcementi in futuro potrà diventare un imprenditore e generare nuove iniziative.

Gli italiani continuano a essere bravi a fare impresa?

Le rispondo con un esempio. L’Italia esporta birra per un miliardo di euro e ne importa per quattro. Il fatto che il nostro Paese sia diventato un esportatore di birra la dice lunga sulla capacità innovativa rilevante con la quale si possono creare nuove imprese. Anche nella moda abbiamo ceduto diversi marchi all’estero, ma ne sorgono continuamente dei nuovi.

Che cosa manca al nostro sistema industriale?

Per essere un grande Paese industriale nel mondo globale, l’Italia deve evidentemente internazionalizzarsi. Il punto fondamentale è non perdere i valori morali e culturali dell’Italia, e non che questa o quell’impresa finisca in mani straniere.

 

Per la Bce, l’Italia è la maglia nera dal punto di vista della divergenza economica nell’Eurozona. Secondo lei perché?

L’Italia è entrata nell’euro senza avere fatto due riforme fondamentali. La prima è un’effettiva liberalizzazione del mercato del lavoro, con la possibilità di fare contratti aziendali. È mancata la flessibilità del mercato del lavoro nelle imprese. In secondo luogo si doveva intervenire su un eccesso di imprese pubbliche, per di più frammentate, soprattutto nei Comuni, ma anche a livello nazionale con società come Ferrovie e Poste che non sono quotate in Borsa.

 

Che cosa deve fare oggi il governo per aumentare l’occupazione nel nostro Paese?

In primo luogo vanno liberalizzati i contratti di lavoro aziendali e di diritto privato, cioè facendo l’esatto contrario del contratto unico nazionale. Occorre lasciare che il mercato del lavoro sia gestito a livelli aziendali e locali, d’intesa con i sindacalisti. In questo modo lo stesso Mezzogiorno crescerebbe molto di più, perché si terrebbe conto del fatto che i lavoratori hanno un costo della vita minore che a Milano. Bisognerebbe inoltre ridurre le imposte sui premi di produttività.

 

Lei vuole dire che lo Stato deve rinunciare ad avere un ruolo nell’economia?

No. Il compito dello Stato è investire di più sulle infrastrutture. Da questo punto di vista l’Italia è un Paese assurdo. Fiumicino ha predisposto un piano per aumentare i viaggiatori da 30 a 40 milioni, ma per metterlo in pratica occorrono manutenzioni, nuovi scali, nuovi spazi e lo stesso territorio va gestito con adeguati investimenti. La mancanza di tali interventi è un’altra ragione per cui non si crea nuova occupazione e c’è una crescita inadeguata.

 

In che modo è possibile liberare gli investimenti stranieri?

Da questo punto di vista bisogna liberalizzare e aprire alle multinazionali. Non si può parlare di privatizzazione dei rifiuti, se ciascuna città poi ha il monopolio del servizio. Come pure se i magistrati possono ogni volta sequestrare una strada, uno stabilimento. Il potere dei pm di gestire non i processi ma i fatti della vita è un altro elemento delle mancate liberalizzazioni. In uno Stato di diritto la magistratura deve fare un passo indietro. Faccia i suoi processi, ma non blocchi le varie attività economiche in attesa di giudizio.

 

(Pietro Vernizzi)

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