TAGLIO IRES?/ Al 25% è meglio, ma chi non “decolla” ha bisogno d’altro

- int. Paolo Preti

Per PAOLO PRETI, il taglio dell’Ires è una misura che premia le imprese che già vanno bene, ma non è certo la panacea per quelle che invece non hanno innovato e faticano a sopravvivere

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“Il taglio dell’Ires è una misura che premia le imprese che già vanno bene, ma non è certo la panacea per quelle che invece non hanno innovato e faticano a sopravvivere”. A osservarlo è Paolo Preti, direttore del master Piccole imprese della Sda Bocconi. Tra le misure allo studio da parte del governo in vista della legge di stabilità c’è il taglio del’Ires dal 27,5% al 25% per le aziende del Mezzogiorno. Una misura che anticipa la riduzione dell’aliquota al 24% per tutta Italia a partire dal 2017. Sulla proposta è aperta un’istruttoria tecnica da parte degli esperti governativi, anche se con ogni probabilità prima di poter applicare questa misura sarà necessario notificarla alla Commissione Ue.

Come valuta la proposta di ridurre l’Ires al 25% per il Sud?

Tutto quello che permette a un’impresa di operare meglio è da salutare con grande calore. A maggior ragione se poi questo va a favore delle imprese che operano al Sud, e che hanno già ben altri problemi da affrontare. Non credo peraltro che dalla riduzione delle tasse un’impresa possa ricavare stabilità strutturale.

Perché?

Se l’ostacolo rimosso, per quanto importante, non è strutturale, difficilmente ne deriva un aiuto strutturale. Un’impresa che è in grado di stare sul mercato con un’Ires elevata, che sia al Nord o al Sud, non potrà che ricavare giovamento da un’Ires più bassa. Un’impresa che invece non ne è capace, perché non ha un prodotto, un buon management e delle idee imprenditoriali valide, non ricava particolare giovamento dall’Ires al 25%.

Vuole dire che la priorità non è tagliare le tasse alle imprese?

La questione è un’altra. Vedo numerosi imprenditori che si lamentano delle tasse, ma che nonostante ciò riescono ad andare avanti. Sono loro quelli che possono trarre giovamento da provvedimenti come il taglio dell’Ires. Gli imprenditori che invece non sono in grado di stare sul mercato, e che dunque si nascondono dietro l’alta tassazione, che pure è eccessiva, rischiano di non ricavare nessun giovamento neanche da una tassazione più bassa. La scusa è la tassa, ma il loro vero problema è altrove. Ma non è l’unico esempio di questo tipo.

In che senso?

Quando uno o due anni fa le imprese si lamentavano del fatto che le banche non concedevano crediti, dicevano una cosa vera. Le imprese però che sono state in grado di finanziarsi in qualche modo, rimettendo in azienda i capitali privati, oggi con un finanziamento bancario che ha ripreso a funzionare stanno sicuramente meglio. Al contrario delle aziende che si nascondevano dietro al credit crunch, ma che in realtà avevano problemi di natura imprenditoriale, per esempio che non andavano a vendere all’estero. Adesso che la situazione per il credito è migliorata queste aziende hanno gli stessi problemi di prima.

Gli ostacoli posti da uno Stato come quello italiano però sono noti a tutti…

Per anni ci siamo sentiti dire che il problema era lo Stato. Adesso che l’economia sta un po’ ripartendo, è il momento di sottolineare che l’impresa deve fare la sua parte o non darà il suo contributo alla ripresa. Il vero problema è che il mercato interno è fermo e che bisogna andare all’estero.

 

Una piccola impresa da sola ha gli strumenti per esportare?

Anche questo è un alibi. Ci sono aziende con un fatturato da 4-5 milioni di euro che esportano l’80% del loro prodotto. A fare la differenza è che magari c’è un imprenditore che da dieci anni viaggia all’estero, investe nei mercati stranieri e ha un buon prodotto. L’ostacolo all’internazionalizzazione non è quindi la dimensione né la carente struttura. E’ l’imprenditore che deve aprire delle strade.

 

E secondo lei che cosa impedisce agli imprenditori di farlo?

Poniamo l’esempio del proprietario di un’azienda che dieci anni fa, a 70 anni, poiché era stanco e non aveva una seconda generazione pronta a sostituirlo, non ha investito all’estero. Oggi si ritrova a 80 anni e con un’impresa totalmente incentrata sull’Italia, e che quindi oggettivamente fa fatica. Questa scarsa internazionalizzazione non è stata causata però dalle dimensioni dell’azienda, quanto dalla storia di quell’impresa e di quella famiglia, con un figlio che non ha seguito le orme del padre.

 

(Pietro Vernizzi)

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