ABITARE / Cleaf: quando l’interior design nobilita l’immaginazione

- La Redazione

Per Cleafin il prodotto finale dell”interior design” è la realizzazione dell’immaginazione del cliente attraverso la qualità. Il Dg Alessandro Carrara: “Nobilitiamo il nobilitato”.

Cleaf
Interior design firmato Cleaf

Tornare a casa e trovarsi in un ambiente uscito direttamente dalla propria immaginazione. Fino a qualche anno fa era impossibile, ma ora legno, pietra, metallo, stoffa, pelle, possono vivere in una gamma di colori e abbinamenti praticamente senza limiti, soddisfando tutti i gusti. Come? “Un mix di tecnologia, design, artigianalità” dice Alessandro Carrara, Direttore Generale di Cleaf, azienda brianzola che inventa e produce superfici per mobili e interior design. I suoi clienti sono in tutto il mondo, e in prima fila ci sono le grandi aziende che hanno trainato il design italiano nei cinque continenti, come Poliform, Boffi, Molteni, Lema, e i grandi architetti come Antonio Citterio, Paola Navone, Patricia Urquiola, Piero Lissoni, e molti altri. I loro prodotti e progetti rappresentano un “salto evolutivo dell’abitare” che è possibile toccare con mano in “Nobilitare il nobilitato”, una installazione creata dall’architetto Aldo Cibic visitabile nella sede di Lissone dell’azienda fino ad aprile 2017.

In cosa consiste il salto evolutivo che proponete?

Quello che ci viene riconosciuto è che le nostre superfici trasmettono qualcosa di più. Oltre a vederle, vanno toccate, perché sono tridimensionali. Riusciamo a riprodurre il nodo del legno, in tutta la sua profondità, piuttosto che la spaccatura di una pietra… Come ha detto Philippe Daverio, noi siamo più “polpastrellosi”… Il mobile deve pulirsi bene, non assorbire lo sporco, deve durare, resistere ai graffi, ma deve anche trasmettere qualcosa. Inoltre le nostre proposte possono essere personalizzate rispetto agli utilizzi e agli abbinamenti che chiedono i nostri clienti.

Come fate?

Per ottenere alte prestazioni scegliamo resine più nobili di quelle usate normalmente e determinati tempi e cicli produttivi che tengono conto della qualità della superficie da realizzare e non della velocità di esecuzione. Ad esempio usiamo un bianco da 140 grammi anziché da 80 grammi e lo trattiamo con resine nobili per 50 secondi contro i 17, come fanno i più. Anche nella fase di pressatura ci distinguiamo: un impianto medio pressa a 25 kg al centimetro quadrato, noi abbiamo impianti che pressano a 70 kg.

E’ puntando sulla qualità che avete affrontato gli anni di crisi?

In realtà non abbiamo sentito molto la crisi. Quelle scelte di cui parlavo le abbiamo fatte in tempi non sospetti e abbiamo continuato a crescere. Negli anni pre-crisi crescevamo del 30-40%, quest’anno dovremmo crescere del 10%. Comunque, oltre alla qualità dei nostri prodotti, c’è un altro fattore per noi di successo.

Quale?

La nostra struttura snella. Abbiamo una catena decisionale estremamente agile e rapida che ci permette di respirare l’aria del mercato in modo più efficace degli altri. I nostri concorrenti sono come petroliere immense che per cambiare la rotta hanno bisogno di tre chilometri. Noi abbiamo un gommone potente e rapido con autisti veloci che possono cambiare strada più volte mentre gli altri riescono a farlo una sola volta.

Che cosa significa “Nobilitare il Nobilitato” e quale obiettivo vi siete posti con questa esposizione?

Con “Nobilitare il Nobilitato” mostriamo in cosa consiste il nuovo modo di produrre superfici per l’industria del mobile. In particolare, raccontiamo la storia di come sono nate due finiture, una in legno e una in tessuto. La prima riguarda l’effetto legno di un rovere molto vecchio. Anni fa abbiamo trovato una trave di una vecchia cascina, l’abbiamo tagliata, sabbiata, abbiamo fatto la scansione del disegno e riprodotta sui nostri pannelli, con tutta la sua vena, la sua fiamma e il suo nodo, profondi e marcati. Ora Sherwood è una delle finiture più vendute e più copiate. Nell’esposizione c’è il tronco e il racconto di come siamo arrivati a riprodurlo.

Per riprodurre bene il legno bisogna conoscerlo bene e amarlo. Il secondo elemento dell’esposizione? E’ la finitura Penelope con cui tempo fa abbiamo cambiato l’orientamento del mercato per ciò che riguarda l’interno di mobili, armadi, cabine armadio, ecc. In un’epoca in cui tutti proponevano il tanganica (legno africano), noi ci siamo inventati qualcosa di completamente diverso offrendo un effetto tessile estremamente raffinato. Lì facciamo vedere il primo scampolo di tessuto che ci ha dato l’idea e il racconto di come siamo arrivati a creare quella superficie.

Melammina, colle, solventi…: come affrontate il problema ecologico?

Produciamo superfici che hanno una durata nel tempo, utilizziamo pannelli fatti da resinosi (come abeti o larici), oppure pioppi o latifoglie e abbiamo ottenuto la certificazione di Catena di Custodia che garantisce la rintracciabilità dei materiali provenienti da foreste certificate FSC.

(Silvia Becciu)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori