IL CASO/ Le imprese “cinesi e contente” in Italia e Ue

- Enzo Rizzo

Sempre più aziende, ora anche le società di calcio, stanno entrando nell’orbita cinese. ENZO RIZZO ci spiega come questi investimenti siano spesso portatori di risultati positivi

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Immagine dal web

È mancato all’affetto dei suoi tifosi il derby della Madonnina. Ne danno annuncio Football club Internazionale Milano e Associazione Calcio Milan che, al contempo, comunicano la nascita del Derby del Dragone il prossimo 20 novembre. Eh sì, è una conseguenza del passaggio di proprietà ai cinesi del Suning Commerce Group e del Sino-Europe Sports Investment Management Changxing Co.Ltd delle due squadre milanesi. Che però non deve essere vissuto come un evento traumatico, ma come un segno dei tempi. 

Tempi che sono globali e che consentono a un ricco e potente governo come quello della Repubblica popolare della Cina di investire pesantemente nell’entertainment attraverso società partecipate per gratificare una classe media in ascesa, quella che consentirà nel futuro immediato di mantenere lo sviluppo della sua economia anche se a un ritmo meno galoppante di quello di questi ultimi anni. Tempi che possono portare anche positività e strategie sul lungo periodo. Perché le proprietà cinesi lasciano lavorare, mantengono le identità delle aziende e forniscono capitali, tecnologie e ogni altro tipo di supporto per svilupparle, innovarle e renderle competitive a livello mondiale. 

Ne sa qualcosa il Gruppo Ferretti. Ventisette nuovi modelli fino al 2017, un ritorno in positivo dell’Ebitda (la redditività) dopo quattro esercizi e un utile al netto delle imposte di 5 milioni di euro già conseguito nel primo trimestre 2016, di 10,5 milioni al 31 agosto (12 mesi prima la perdita era di 16,9 milioni) e obiettivi raggiunti con una raccolta ordini consolidata di 217 milioni. Dopo la tempesta è tempo di bonaccia: anche chi non ha il piede marino è difficile che non conosca uno dei suoi sette marchi, Ferretti Yachts, Riva, Pershing, Itama, Mochi Craft, Crn e Custom Line. 

Dal 2012, dopo l’acquisizione di Weichai, tra i colossi manifatturieri cinesi più competitivi al mondo (20 miliardi di dollari il fatturato nel 2014), il gruppo nautico ha invertito la rotta all’insegna della semplificazione organizzativa e dell’innovazione della gamma prodotti che fra open, coupé, flybridge e navi da diporto, può contare su yacht da 10 a 42 metri e prezzi che vanno dai 300mila a oltre 100 milioni di euro a seconda delle infinite personalizzazioni. Ciliegina sulla torta l’azionista F Investments, la holding controllata dalla famiglia Ferrari che ha acquisito il 13,2% di Ferretti International Holding Spa, con Piero Ferrari nel consiglio di amministrazione e che continua a presiedere il comitato strategico di prodotto. Il gruppo è dunque cinese nell’azionista di riferimento, ma italiano per tutto il resto, a partire dalla produzione concentrata nei sei stabilimenti di Forlì, Sarnico, La Spezia, Cattolica, Mondolfo e Ancona. 

Basta ascoltare a un evento o a una conferenza stampa il vulcanico e carismatico Ceo Alberto Galassi, chiamato «l’Avvocato» perché appunto avvocato con specializzazione in diritto internazionale, unico consigliere a sedere nel board del Manchester City Football Club, ex presidente di Piaggio Aero Industries (sotto la sua guida la società ha registrato il più alto numero di velivoli P180 Avanti II costruiti e consegnati), abituato a lavorare con gli stranieri (in Piaggio Aero è stato tra i principali promotori dell’ingresso nel capitale del Gruppo indiano Tata e di Mubadala Delelopment Company, la società di investimenti del Governo di Abu Dhabi) per capire anche le sfumature e le caratteristiche del rapporto di lavoro con i cinesi. Che pongono degli obiettivi, molto ambiziosi, ascoltano perplessità ed eventuali motivazioni sul loro raggiungimento, ma che, con un sorriso e la massima calma, invitano a perseguirlo. 

E poi sono maniaci delle procedure e dei report: «La crescita recente del Gruppo Ferretti non si sarebbe potuta realizzare senza il nostro impegno continuo e il supporto del nostro azionista di riferimento, il gruppo Weichai», spiega Galassi. «Weichai ha acquisito il Gruppo Ferretti nel 2012 investendo decine di milioni di euro nella crescita dei nostri sei marchi iconici. Questo investimento è frutto della fiducia nella potenzialità del nostro gruppo. Inoltre, il marchio Made in Italy sarà stato un alto elemento importante nella decisione presa dal gruppo cinese in quanto tale marchio vanta riconoscibilità mondiale e i brand del Gruppo Ferretti ne sono l’emblema nella nautica di lusso. Dall’ingresso di Weichai Group si è sempre più consolidato un rapporto reciproco e costruttivo di relazioni lavorative fra impiegati e manager italiani e cinesi. Qualità, trasparenza, flessibilità e visione fanno parte del nostro modus operandi e tali valori sono condivisi sia dagli azionisti sia dal management e dagli impiegati. I primi otto mesi del 2016 sono stati caratterizzati da una raccolta di ordini in linea con i nostri obiettivi e risultati economici stabilmente positivi».

Dalle barche alle auto il discorso non cambia e anche Volvo naviga ora in buone acque da quando sono arrivati i cinesi. Una presenza molto discreta quella orientale a Torslanda, fuori Göteborg, che ha avuto però un forte impatto positivo sul rilancio del marchio vichingo. Non molto tempo fa, Volvo sembrava infatti destinata a subire la stessa sorte di Saab, suo diretto concorrente: in orbita Ford nel 2008 le sue perdite, quelle di Ford stessa e la crisi del settore in generale l’avevano fatta diventare un peso per cui in molti intravedevano l’oblio vichingo. Invece, a sorpresa, l’acquisto da parte del gruppo automobilistico cinese Zhejiang Geely Holding Group (14° gruppo automobilistico cinese nel 2014 secondo «China autoweb», non di proprietà statale) per 1,5 miliardi di dollari in contanti (più i debiti) e l’attuazione di una strategia insolita per un gruppo cinese: ossia gestione della società in modo indipendente, iniezione di capitali e mantenimento del direttivo in Svezia. Quindi dieci miliardi di euro per sviluppare modelli, nuove tecnologie e costruire impianti di assemblaggio in Svezia e Cina. 

I risultati si vedono oggi: più di 500 mila veicoli e utile operativo salito a 702 milioni di euro nel 2015. Con l’obiettivo entro fine anno di sbarcare in Usa con la berlina S90: se così fosse diventerebbe il primo e al momento unico costruttore cinese a guadagnare quote di mercato Usa.

Quindi tutti cinesi e contenti? Pare proprio di sì, ci sono gli investimenti, ci sono i progetti, c’è insomma una prospettiva a medio-lungo termine. Ma ci sono anche i «cinesi di ritorno». Come il caso dell’Illva di Saronno, sì quella del famoso Amaretto, società controllata completamente dalla famiglia Reina, che detiene il 33% della Yantai Changyu Group Ltd, leader nella produzione, vendita e distribuzione di vino e brandy in Cina. Made in Italy in salsa di soia, dunque, che apporta gran parte del fatturato al gruppo varesino.

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