ALLA FACCIA DELLA CRISI/ Le aziende italiane che fanno colpo sul Financial Times

Nonostante la crescita anemica, ben 186 aziende italiane sono entrate nella classifica dei “campioni della crescita” stilata dal Financial Times. Il commento di SERGIO LUCIANO

09.04.2017 - Sergio Luciano
financial_times_giornali_lapresse
LaPresse

Ve lo ricordate il 2012, l’anno in cui il Pil italiano crollò del 2,4%? Certo che sì, chi se lo può dimenticare. Ebbene, in quello stesso anno, 186 aziende italiane stavano crescendo del 90-100%. Ma attenzione: hanno continuato a crescere anche nel 2013, nel 2014 e nel 2015. Tanto che il Financial Times le ha classificate tra le prime 1000 aziende europee per entità di crescita nel quadriennio terribile della storia economica recente del mondo. Lo si desume dall’analisi dei dati della “FT 1000”, la classifica annuale che il quotidiano finanziario britannico stila appunto per individuare i “campioni di crescita”, selezionandoli tra 50 mila casi in 31 Paesi, quindi l’Europa a 28 più tre.

La vera notizia è quindi che le imprese italiane sono oltre il 18% del campione! Con un’incidenza ben superiore alla proporzione del nostro Pil nazionale rispetto al totale dei Paesi censiti, che è circa l’11%. Si chiama “resilienza”: ovvero, la capacità di resistere e reagire alle crisi, anche a costo di cambiare mestiere, reinventarsi quello che si svolgeva e insomma innovare.

Andando a guardare più da vicino i dati della classifica del Financial Times emerge che l’Italia si è piazzata molto bene nei settori più disparati: dalla pubblicità alle automobili, dalle costruzioni all’ecommerce, dalla formazione alla moda, all’energia, agli alimentari, alla salute, alla finanza, all’alta tecnologia. Un vero boom l’ha vissuto ad esempio la Icont, che produce contenitori per alimenti; benissimo è andata anche la Wineemotion, che produce dispenser per vino di nuova concezione; e naturalmente gli esempi potrebbero continuare, perché dietro queste 186 storie di supercrescita nel bel mezzo della crisi c’è sempre un’invenzione di quelle che si brevettano, o una grande idea di marketing, o un trend di consumo ben intercettato.

Meno frequenti i casi di pari successo nei settori dei servizi avanzati. Merita, al riguardo, una citazione il caso di DoveVivo Spa, un’azienda nata a Milano nel 2007 – ha appena compuuto 10 anni – da due soci, Valerio Fonseca e William Raggi, con un’idea di business semplice e pratica, oltre che antesignana se si considera che all’epoca il boom dei bed-and-breakfast, la più grande novità nella storia della gestione immobiliare, ancora non c’era. Fonseca aveva constatao quanto fosse scomodo sia per gli inquilini che per i proprietari gestire l’affitto delle piccole unità immobiliari, soprattutto camere ammobiliate o monolocali, ed ebbe l’idea di poter professionalizzare la gestione del processo: prendere in affitto appartamenti, organizzarli o anche riarredarli e ristrutturarli in modo da renderli idonei all’uso per piccoli moduli, e subaffittarli, trattenendo per tutta quest’attività una commissione. Detto fatto, oggi DoveVivo gestisce 500 appartamenti e più di 2.200 inquilini, è cresciuta dal 2010 ad oggi del 65% all’anno e punta nel 2017 ai 16 milioni di euro di ricavi. Il Financial Times l’ha classificata 3° in Europa nella categoria “property” tra le aziende con un fatturato superiore ai 6 milioni di euro, 73esima tra le 186 imprese italiane incluse in classifica, 427ima in assoluto.

Ecco: è questo genere di elasticità mentale che produce crescita, tanto più se e quando riesce nel miracolo di coniugare alla flessibilità organizzativa e relazionale resa possibile dalla Rete la concretezza e solidità dei business analogici, come ad esempio uno dei più vecchi del mondo, quello di offrire camere in affitto. Che l’Italia degli anni Duemila chiuda il gap secolare in termini di capitale investito, materie prime, efficienza nei servizi, logistica perfetta che la divide da molti Paesi concorrenti, a cominciare dalla Germania, è illusorio: certo, si deve far di tutto per stringerlo, questo gap, ma cancellarlo è impossibile. È sulle idee che bisogna far leva, e sul merito di chi riesce a trasformarle in business. Allora sì che si cresce. All’italiana, ma si cresce: con le piccole e medie imprese che vogliono diventare grandi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori