INFLAZIONE USA +7%/ Quel record con un messaggio sinistro per l’Europa

- Paolo Annoni

A dicembre l’inflazione negli Stati Uniti ha fatto segnare un rialzo del 7% in un anno, un incremento che non si vedeva dal 1982

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Jerome Powell, governatore della Fed (LaPresse)

L’inflazione a dicembre negli Stati Uniti, comunicata ieri pomeriggio, ha fatto segnare l’incremento dei prezzi più alto dal 1982 con un rialzo del 7% rispetto a 12 mesi fa. La bolletta energetica è cresciuta del 30%, il prezzo delle auto usate di quasi il 40%; tra gli alimentari troviamo il +15% dei prezzi della carne. Ci sono poi le componenti che sollevano dubbi di un calcolo non particolarmente aderente alla realtà: è il caso del costo per affitti e del costo equivalente per i proprietari che sarebbe inferiore al 4% rispetto a statistiche indipendenti di settore che fotografano incrementi compresi tra il 15% e il 20%. La percezione è che il 7% ufficiale sottostimi l’effetto inflattivo subito da una larga fascia della popolazione, tendenzialmente il ceto medio, che ha avuto un incremento del costo della vita sensibilmente più alto.

Il dato di dicembre non include le revisioni dei listini adottate all’inizio dell’anno e che proprio in questi giorni hanno fatto la comparsa anche sulla stampa nostrana. Il 7% di dicembre si colloca in un contesto di mercato del lavoro “forte” con molte posizioni aperte che non vengono riempite, in uno scenario di mantenimento o peggioramento dello stato delle catene di fornitura globale e precede la revisione generalizzata dei listini con decorso primo gennaio. Il record di ieri, l’inflazione più alta dal 1982, rischia di essere battuto presto.

Nonostante il dato di dicembre e le dichiarazioni degli ultimi giorni il mercato è continuato a salire e il rendimento del decennale americano è sceso. L’altro ieri il Presidente della Fed Powell aveva dichiarato che l’economia non ha più bisogno di stimoli aggressivi e che un livello alto di inflazione era una minaccia seria al pieno recupero dell’economia Le dichiarazioni di Powell sono arrivate dopo settimane in cui altri membri della banca centrale avevano espresso un cambiamento netto rispetto al mantra ripetuto fino all’autunno di “transitorietà” del fenomeno. A queste dichiarazioni hanno fatto da contraltare inviti alla cautela che hanno messo in guardia la Fed contro una reazione eccessiva e l’inizio di un ciclo di rialzo dei tassi troppo accentuato. Ci sono infatti degli elementi che non possono essere ignorati.

Il debito di febbraio 2022 sia pubblico che privato è molto più alto che quello di febbraio 2020 quando il Covid faceva la sua comparsa in Occidente, una lista molto lunga di imprese sopravvive solo grazie a liquidità economica e abbondante e a politiche fiscali espansive e sussidi finanziate dagli Stati a debito. I “ristori” e i finanziamenti “d’emergenza” stanno per finire o sono finiti mettendo allo scoperto la difficoltà in cui versano tanti settori. Le strozzature sulle catene di fornitura globale ci accompagneranno ancora per diversi trimestri sia per le conseguenze di lockdown e quarantene sulla produzione, sia per la guerra commerciale combattuta con la Cina. 

Questa può essere la ragione per cui la Fed ha deciso di aspettare prima sposando la tesi di una transitorietà a cui, sinceramente, era difficile credere sia per l’attesa rispetto a dati sull’inflazione completamente fuori scala rispetto agli ultimi decenni. Occorrono, forse, dati molto più brutti che consentano alla Fed, anche dal punto di vista “politico”, di iniziare una fase di rialzo dei tassi e riduzione delle politiche di immissione di liquidità. 

Una pletora di investitori ha venduto allo scoperto il debito americano scommettendo su un rialzo dei tassi; il dato uscito ieri, meno brutale di quello che avrebbe potuto essere, ha fatto scattare le ricoperture. La questione di fondo però rimane: questo gioco non può durare in eterno soprattutto se l’inflazione dovesse salire ancora; un’eventualità non solo possibile ma probabile. A quel punto la Fed dovrebbe decidere cosa sacrificare in uno scenario in cui l’inflazione è spinta da fattori non monetari: la pandemia, la guerra commerciale e in Europa la transizione energetica. Una cosa è certa: se questo processo iniziasse la marea di liquidità si ritirerebbe prima e in misura più consistente dagli emittenti percepiti come più rischiosi o per ragioni finanziarie o per ragioni politiche o per tutti e due. Gli Stati Uniti in questo gioco, nonostante le moltissime magagne, sono i meglio attrezzati in Occidente. L’euro, per la cronaca, ieri si è rafforzato contro il dollaro, ma indebolito contro il franco svizzero. L’ondata arriverà anche in Europa.

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