INFLAZIONE USA +9,1%/ Il problema che (anche) le Banche centrali non possono curare

- Paolo Annoni

Negli Stati Uniti l’inflazione è ai massimi dal 1981. Una parte del rialzo dei prezzi non è però controllabile o gestibile dalle Banche centrali

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L’inflazione americana a giugno è stata del 9,1% e ha toccato il massimo dal novembre del 1981. I principali responsabili dell’incremento dei prezzi sono stati i prezzi della benzina, quelli per la casa e per gli alimentari. Il primo dato che emerge è che l’inflazione è particolarmente “cattiva” e riguarda le spese meno discrezionali colpendo più che proporzionalmente le fasce deboli e il ceto medio. Questo spiega l’importanza politica dell’inflazione a meno di quattro mesi dalle elezioni di mid-term che, a oggi, rischiano di essere un trionfo repubblicano. 

Il dato sull’inflazione è da mesi al centro dell’interesse degli investitori. È almeno dalla fine del 2021 che la tesi della “transitorietà” dell’inflazione con cui si erano calmati i mercati è venuta meno. I dati di gennaio e febbraio, prima dell’inizio della guerra in Ucraina, erano già record. L’invasione in Ucraina e le sanzioni dell’Occidente contro il principale esportatore di materie prime al mondo hanno fatto il resto. Il conflitto, le tensioni geopolitiche e l’inflazione sono i termini di un circolo vizioso che rompe le catene di fornitura globale e che distrugge le potenze industriali esportatrici, come Italia e Germania, che non hanno risorse o forza politica.

Il dato sull’inflazione americana, più alto delle attese, ha immediatamente inciso sulle aspettative di rialzo dei tassi della Federal Reserve che oggi incorporano la possibilità concreta di un rialzo di 100 punti base al prossimo meeting. Più si alzano i tassi, più gli investitori sono costretti a guardare in faccia la realtà economica che sta prendendo corpo e più rischiano di scoppiare le bolle finanziarie che si sono create negli ultimi trimestri; non da ultimo quella immobiliare. È singolare che la Fed si appresti a un rialzo dei tassi che non si vedeva da decenni proprio mentre la narrazione ufficiale incorpora nelle stime la recessione. 

Gli economisti di Bank of America ieri hanno pronosticato una “recessione contenuta” nel 2022. È una fase particolarissima. Non si comprende, per esempio, se il rialzo dell’oro che si è visto ieri dopo l’annuncio dell’inflazione sia frutto della convinzione che si avvicini il momento in cui la Fed dovrà smettere di alzare i tassi, a causa della recessione, oppure se segnali una mancanza di fiducia nelle banche centrali che stanno alzando i tassi a ritmi record, per contenere l’inflazione, mentre l’economia si affossa.

I segnali di rallentamento della congiuntura si moltiplicano; il prezzo del rame, uno degli indicatori più affidabile sull’andamento economico, nelle ultime settimane è sprofondato. Se l’economia rallenta in uno scenario di prezzi energetici, alimentari e immobiliari alti la domanda dei beni “discrezionali” crolla e i prezzi di conseguenza. Diversi settori sono lunghi di scorte accumulate sia per una domanda che fino a qualche settimana fa era forte, sia per ovviare ai problemi sulle forniture. L’incremento dei prezzi potrebbe rallentare, ma al costo di un crollo della domanda. Questo possibile rallentamento nello scenario attuale non è “risolutivo”. 

C’è un’inflazione monetaria e finanziaria che deriva dalla liquidità abbondante delle banche centrali e dalle politiche fiscali espansive che i Governi hanno messo in atto dopo lo scoppio della pandemia. Questa inflazione può essere “curata” dai rialzi dei tassi e dallo scoppio delle bolle finanziarie. L’inflazione che arriva dalla rottura delle catene di fornitura globale e dalla scarsità energetica generata dai conflitti e dalle politiche green invece è immune agli interventi delle banche centrali. Negli ultimi mesi la lista dei Paesi che hanno deciso di limitare le esportazioni di alcune risorse si è allungata di molto e viene aggiornata settimanalmente. Il blocco di questa o quella fabbrica per mancanza di gas o per la mancanza anche solo di un componente si riverbera su tutta la filiera. Le banche centrali non possono curare questo problema; forse nemmeno al prezzo di una depressione mai vista.

Non è facile accorgersi di un cambio di paradigma che durava da decenni e che è finito per un orizzonte temporale lungo. L’impressione è che si stia assumendo di essere di fronte a una pausa non a una rottura. Anche i mercati al momento non registrano tutti i fattori in campo. 

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