INFLAZIONE USA/ La vera partita sui prezzi che coinvolge Governo e banche centrali

- Paolo Annoni

Banche centrali e Governi si trovano di fronte a un dilemma rispetto al problema inflazione: se le restrizioni Covid vengono meno, i prezzi salgono

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(Pixabay)

L’inflazione negli Stati Uniti a luglio, comunicato ieri, ha mostrato il maggiore rialzo dei prezzi dal 2008 confermando il dato di giugno. Il dato “positivo” che ha fatto tirare un sospiro di sollievo è il rialzo rispetto al mese precedente dell’inflazione core, 0,3% rispetto a giugno contro lo 0,8% medio dei tre mesi precedenti e inferiore alle attese dello 0,4%. Come accade da diversi mesi sono le singole componenti del dato medio a dare il quadro. I prezzi degli alimentari continuano a salire di più e continuano a salire anche i costi per l’affitto e l’abitazione. Queste sono le componenti più stabili e meno transitorie e suggeriscono che l’inflazione continuerà a essere al centro del dibattito.

Il dato era atteso da giorni perché il rialzo dei prezzi è la principale controindicazione delle politiche con cui governi e banche centrali stanno combattendo la pandemia e i lockdown e che sostengono i mercati da oltre un anno. Lo schema attuale fatto di interventi delle banche centrali e politiche fiscalmente espansive dei governi può reggere solo nella misura in cui i prezzi per famiglie e consumatori rimangono entro una certa soglia altrimenti nascono rischi economici e politici. I primi sono quelli che emergono quando le imprese, passando il rialzo dei prezzi alla produzione sui consumatori, intaccano la domanda perché chi acquista deve fare delle scelte e non può più comprare le stesse quantità di prima; i secondi sono quelli della riduzione del potere di acquisto che fa invecchiare i salari con i lavoratori che si interrogano sull’efficacia dello schema in essere. Anche i sussidi vengono erosi dall’incremento dei prezzi.

Questo è il dilemma per le banche centrali. Il mercato del lavoro non è ancora tornato ai livelli pre-Covid e i mercati hanno retto alle ondate della pandemia e ai lockdown grazie a immissioni di liquidità che non hanno mai rallentato nonostante le progressive riaperture; in teoria la situazione attuale è molto migliore di sei o dodici mesi fa e, sempre in teoria, ci sarebbe bisogno di meno munizioni. Invece le banche centrali non hanno mai staccato il piede dall’acceleratore. Da un certo punto di vista banche centrali e governi non possono ancora permettersi di cambiare schema mentre da un altro dovrebbero cominciare ad agire per calmare i prezzi. I quali risentono poi delle tensioni sulle catene di distribuzione globali, delle chiusure a cui alcuni settori sono ancora obbligati e infine delle politiche “ambientali” con cui si sostituiscono fonti energetiche economiche e affidabili con altre che al momento sono sicuramente più costose e meno programmabili e che vengono inevitabilmente pagate dai consumatori.

All’inizio di questa settimana i listini hanno aperto con un crollo dei prezzi di diverse commodity. Il movimento sul prezzo dell’oro è stato il più pronunciato, ma lunedì mattina a scendere sono state tutte le principali materie prime. Fin da subito è stato inevitabile pensare al dato comunicato ieri e forse a un tentativo di calmare la fiammata sui prezzi. Sembra però che uscire dallo schema degli ultimi 12-18 mesi sia molto complicato. I lockdown sono un naturale freno all’esplosione dei prezzi nella misura in cui comprimono la domanda; se invece l’economia riapre il dilemma si pone ed emergono le controindicazioni delle politiche attuali: economiche, monetarie, energetiche e geopolitiche. 

Quando la pandemia invece “va male” il pilota automatico rimane inserito e nessuno può veramente contestare la “soluzione” economico-finanziaria che viene messa in atto. L’unica soluzione di lungo termine, ovviamente, sarebbe la fine della pandemia, o la fine delle restrizioni e un’onesta riflessione sui costi delle politiche energetiche e sul ruolo dello Stato nell’economia. Esclusa questa opzione non si può far altro che perpetuare lo schema attuale: se si riapre i prezzi esplodono e se si richiude, con tutti i relativi danni, i prezzi vengono, più o meno, compressi ma i costi sociali sono enormi. 

Certo si potrebbe anche provare a vedere cosa succede facendo rientrare le politiche di immissione di liquidità: non sarebbe un bello spettacolo perché i danni al sistema economico e ai bilanci delle imprese sono profondi e i mercati e il sistema finanziario non farebbero sconti. 

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