Milano non è più da bere. Ma da mangiare?

- Paolo Massobrio

Sotto la creatività in cucina, a volte inutile, si nasconde la motivazione per far pagare di più un piatto

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Marchesi ha compiuto ieri 79 anni ma non ha perso di certo la vis polemica. Almeno a leggere le dichiarazioni rilasciate su Il Giorno di oggi dove parla della ristorazione milanese. «A me sembra che la situazione sia allo sbando – dichiara il Divino – a Milano faccio delle passeggiate fino a Peck e guardo i prodotti, la materia. Ci sono delle cose fantastiche. Bisognerebbe ripartire dalla materia, perché ci sono cose che si possono trasformare e altre che vanno semplicemente messe in evidenza, un po’ come fanno i giapponesi con la cucina kaiseki che è il trionfo della saggezza».

 

E dunque ? «Ecco, forse noi abbiamo perso proprio la saggezza… Oggi i giovani non partono neanche dalla cucina professionale, ma fanno tutti tutto e pretendono subito di essere creativi. Tutti creativi. Invece si sono allontanati dal cliente».

Come dargli torto, anche se un po’ di colpe, per sua stessa ammissione, l’ha pure lui. Ma c’è un altro fattore che un po’ di inquieta di questa Milano che rischia d’essere ferma a un palo: sotto la creatività, a volte inutile, si nasconde la motivazione per far pagare di più un piatto. Ha ragione Marchesi a dire che il prodotto parlerebbe da sé, ma poi come giustifichi il prezzo?

Lunedì arriverà a Milano anche Ferran Adrià, il cuoco spagnolo che ha portato una nuova ventata nella cucina cosiddetta “creativa” offrendo fin troppi spunti a quei giovani di cui parla Marchesi. E probabilmente sarà polemica. O forse no. Sta di fatto che ancora nessuno, nella Milano da bere e da mangiare Milano, parla di prezzo. Finché dura…

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