ITALIA AL BIVIO/ Nella top ten dell’industria o Florida d’Europa? Il Pnrr non lo dice

- Stefano Cingolani

Sono arrivate le prime risorse del Recovery fund. All’Italia sembra però mancare un’idea sul futuro della propria industria in un momento cruciale

Operaia Mascherina Lapresse1280 640x300
Lapresse

Mario Draghi ha assegnato ai suoi ministri i compiti per le vacanze, brevi vacanze e molti compiti perché ce ne sono di cose da fare con la pandemia ancora in corso. Intanto è arrivata la prima tranche di fondi europei: 24,9 miliardi di euro. È un anticipo delle dieci rate semestrali, la prima delle quali verrà richiesta dal Governo per il 31 dicembre. Di qui alla fine dell’anno occorre centrare 51 obiettivi sui 526 complessivi che entro il 30 giugno 2026 faranno affluire 191,482 miliardi di euro. Gli obiettivi a loro volta si articolano in una serie di progetti concreti. Ce ne sono ben 106 e coprono un ventaglio vasto, vastissimo, persino troppo: scuole, palestre, sostegni allo sport, asili nido, cybersecurity, efficienza energetica, trasporti urbani, ferrovie. 

A leggere il dettagliato elenco pubblicato dal Sole 24 Ore nella edizione di giovedì scorso non si sfugge all’impressione che si tratta di erogazioni a pioggia che hanno un sapore antico. Non è solo una nostra sensazione. Per esempio, quella che viene chiamata missione numero due, cioè la transizione ecologica, perno dell’intero Piano nazionale di ripresa e resilienza, è stata criticata dai tecnici di Bruxelles i quali hanno giudicato ancora generiche molte voci dal Parco agrisolare al finanziamento della “cultura e consapevolezza delle sfide ambientali”. Il ministro Roberto Cingolani ci sta lavorando, è il suo compito per le vacanze. 

È chiaro che bisognava partire con interventi ad ampio raggio, anche per dare la sensazione che l’intera macchina si mettesse in movimento in ognuno dei suoi molteplici e complessi ingranaggi. Tuttavia l’avvio sarebbe stato più efficace e anche più chiaro se fossero emersi gli obiettivi prioritari. È un po’ il difetto dell’intero piano. Le sei missioni, lo ricordiamo sono digitalizzazione, rivoluzione verde, mobilità, istruzione ricerca, inclusione e coesione, salute. Alla prima andranno 50 miliardi, alla seconda quasi 70, la terza coincide con le ferrovie che avranno 28 miliardi (3,5 alla logistica), poi 20,9 miliardi per la scuola e quasi 13 per la ricerca, 29,6 miliardi per il welfare (lavoro, famiglie coesione territoriale) e 20 miliardi soltanto per la salute. Si tratta di interventi orizzontali per migliorare o costruire le infrastrutture e i fattori di produzione. Questa è la filosofia di fondo che rifiuta una logica pianificatoria fondamentalmente verticale, basata sui vecchi piani di settore (con l’eccezione di alcuni campi specifici). Manca, tuttavia, un discorso specifico sull’industria manifatturiera. Certo, essa potrà avvalersi delle migliorate condizioni infrastrutturali (digitale, energia, trasporti) o di una politica attiva del lavoro, ma si stenta a comprendere quale sarà la posizione dell’Italia all’interno della nuova divisione internazionale del lavoro. 

“Se pensiamo di fare la rivoluzione ecologica comprando la tecnologia in Cina, le fabbriche chiudono e la gente prende i forconi – ha ammonito Romano Prodi – Per questo serve un balzo di tutta la nostra struttura produttiva”. Marco Giorgino professore al Politecnico di Milano sottolinea che “non emerge nessun settore su cui vogliamo essere eccellenti a livello nazionale ed internazionale”. E poi ci sono le piccole e medie imprese che hanno “un ruolo centrale per il recupero della competitività dell’industria manifatturiera e del Paese nel complesso”. Nel Pnrr, dice Mario Calderini, direttore del centro di ricerca Tiresia, “non vedo grandi traiettorie tecnologiche, forse l’idrogeno è una, ma qualche scelta più coraggiosa poteva essere fatta. Il problema di affrontare la specializzazione industriale c’è”. Così come resta aperto l’impatto sociale della grande trasformazione. I 20 miliardi di euro previsti dall’Ue non sono sufficienti.

Si pensi alla profonda trasformazione che avverrà nella filiera automobilistica. Nel mondo occidentale l’80% delle start-up nate per i veicoli elettrici e il 20% dei produttori di auto tradizionali sono suscettibili di fallimento. Molti produttori di componenti tradizionali andranno fuori mercato, altri vedranno crescere il loro business. Le auto elettriche sono computer con le ruote, avranno bisogno di scocche di alluminio e di aziende che sanno trattare con l’elettricità. Chi produce i piccoli motori elettrici sulle auto termiche potrà riciclarsi rapidamente, ma sono processi lunghi, costosi e accidentati. L’intera Motor Valley lungo la via Emilia verrà scossa e sono nomi come Lamborghini, Dallara, Ducati, Ferrari, Haas F1 Team, HPE Coxa, Magneti Marelli, Maserati e Toro Rosso.

Vogliamo che l’Italia resti nelle posizioni di testa conquistate negli scorsi decenni, anche dopo la transizione energetica? Se è così, il Pnrr da solo non basta, e non è solo una questione di risorse, ma di impostazione generale. 

Ecco, forse questo è il più importante dei compiti per le vacanze: occorre affrontare di petto la questione manifatturiera con una discussione aperta, un dibattito che non è tecnico né economico, ma culturale e politico. L’Italia resta uno dei primi dieci Paesi industriali del mondo, per le sue fabbriche non solo e non tanto per alberghi, spiagge o bed&breakfast. Vogliamo che rimanga nella top ten o che diventi la Florida d’Europa? Il Pnrr non dà ancora una risposta chiara.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA