ITALIA E FRANCIA/ “Macron e Draghi hanno in mente una nuova maggioranza in Europa”

- int. Francesco De Remigis

Ieri Macron ha incontrato Draghi a Marsiglia. Il presidente francese ha in mente un patto tra Italia e Francia in vista del prossimo semestre europeo

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Il presidente francese Emmanuel Macron (LaPresse)

Il primo interlocutore di Macron è Mattarella, ma l’alleato politico, in questa fase, è Draghi. Il presidente francese intende “usufruire del patrimonio di credibilità e del credito di Draghi per proporre un riassetto europeo”, dice al Sussidiario Francesco De Remigis, inviato a Parigi de Il Giornale. L’orizzonte utile è quello della prossima presidenza di turno dell’Unione, che sarà francese. Roma e Parigi, spiega De Remigis, potrebbero pensare a “voti a maggioranza qualificata su alcuni temi”, non necessariamente coincidenti con l’agenda von der Leyen. Il nodo più delicato, per l’Italia, resta ancora il Trattato del Quirinale.

Draghi e Macron si sono visti ieri sera non a Parigi ma a Marsiglia. Il presidente francese era lì in campagna elettorale e ci è rimasto. Perché?

Parliamo della seconda città di Francia, il cui storico ruolo di crocevia Mediterraneo è ormai offuscato da traffici di droga, violenza, clientelismo. Tre giorni a Marsiglia, per Macron significano prendere coscienza del problema e provare ad affrontarlo, non dal palazzo, lanciando un segnale elettorale nazionale, anzitutto sotto il profilo della sicurezza.

Un problema crescente per i francesi?

Sì. Non a caso, sulla questione afgana, il focus dell’Eliseo è stato più orientato a evidenziare il rischio terrorismo che non l’aspetto umanitario della faccenda.

Macron è spesso e volentieri un interlocutore di Draghi. Qual è il grado di affiatamento politico e come si spiega?

Roma e Parigi hanno fatto passi da gigante nell’ultimo anno nei rapporti istituzionali, politici e personali. L’interlocutore primario, per Macron, resta Mattarella. Ma ha bisogno di un alleato politico, in questa fase. E per l’Italia è il premier che siede al Consiglio europeo, non il presidente della Repubblica come per la Francia. Macron ha quindi instaurato un rapporto con Draghi all’interno di un processo decisionale che via via si sta delineando. Un nuovo asse.

Quali sono gli obiettivi?

In Draghi, Macron trova un uomo che può permettersi di dire la sua ed essere ascoltato in Europa e non soltanto. Abbiamo già visto all’opera il premier italiano sul Recovery e su altri dossier, a cui Macron ha dato sponda. Draghi ha ascolto all’estero e non ha un partito suo. In questa fase Macron può quindi usufruire del patrimonio di credibilità e del credito di Draghi per proporre un riassetto europeo, se non una riforma.

E in che modo?

A gennaio inizierà il semestre francese di presidenza di turno in Europa e si pensa a voti a maggioranza qualificata su alcuni temi. Negli anni il sistema dell’unanimità decisionale in sede Ue ha infatti significato spesso immobilismo. E in un’Europa che guarda sempre più a est, l’asse Roma-Parigi proverà a spostare l’arena decisionale più a sud-ovest, fino a prendere decisioni non necessariamente sovrapponibili a quelle della commissione Von der Leyen, che è stata finora piuttosto indulgente verso Polonia e Ungheria, dove i due partiti di maggioranza hanno sostenuto la sua elezione.

Alla vigilia sapevamo che Macron e Draghi avrebbero parlato di Afghanistan e Libia.

Non solo Libia e Afghanistan, ma anche Sahel. Il Mali rischia di diventare un nuovo Afghanistan. La Francia non era davvero in grado di costruire una società civile. A giugno ha annunciato un ritiro graduale dalla regione e si paventa un disastro.

Perché?

Perché nessuno è più in grado di appoggiare quel regime. L’intelligence già evoca il rischio di saldature, se non veri e propri patti, tra i jihadisti locali africani, anche somali, con quelli nascosti tra Iraq e Afghanistan contro l’Occidente.

Che spazio riserva alla Francia e alla sua iniziativa europea il fallimento Usa in Afghanistan?

Mi pare che nessuno sappia con esattezza cosa fare. Lo ha ammesso anche Draghi in conferenza stampa. Ogni Paese ha però relazioni e interessi, spazi di manovra. La Francia ha un canale privilegiato con Paesi come il Qatar, per esempio. Dunque, Parigi mi sembra più orientata a suggerire un coinvolgimento degli Stati limitrofi all’Afghanistan, per gestire i profughi.

Modello Turchia?

In parte, ma quella decisione è stata un fallimento politico e umano, che peraltro ha portato la Turchia anche in Libia. Sottostare ieri al ricatto del sultano turco e domani a quello dell’islam politico dei Fratelli musulmani non mi pare sia una strada conveniente. Però l’ipotesi di dar soldi ai limitrofi è sul piatto.

Tornando alla Libia?

C’è oggi una comune preoccupazione Roma-Parigi per l’evoluzione della situazione anche a Tripoli, dove la Francia sembra aver abbandonato le ambiguità dell’era Sarkozy.

Alle porte c’è il G20 di ottobre, perché quello straordinario sull’Afghanistan non si farà più.

L’Italia, visto il gran lavoro svolto portando fuori dal Paese 5mila afgani, ha mostrato di saper fare attività militare e diplomatica meglio di altri. Ora è il turno della politica. Si potrebbe giungere a una conferenza sull’Afghanistan magari organizzata dall’Italia, col sostegno francese. Sul piano continentale si torna invece a parlare della creazione di un esercito europeo, di collaborazione intensificata degli apparati di intelligence.

Però queste ipotesi, finora, anziché unire hanno diviso.

L’unica certezza è la volontà francese di ripensare l’Alleanza atlantica per come l’abbiamo conosciuta finora. Macron è stato il primo a suggerire un processo di revisione già due anni fa, quando parlò di “morte cerebrale” della Nato, strizzando l’occhio a Mosca. Sul ruolo russo le posizioni italiane e francesi potrebbero convergere.

Nell’incontro dovrebbe esserci stato spazio anche per il cosiddetto “Trattato del Quirinale”. Cosa sappiamo?

In un momento in cui la Germania avrà giocoforza meno voce in capitolo nelle proposte in Europa, con una cancelliera a fine carriera e un futuro politico incerto per la sua compagine partitica, è interesse comune strutturare rapporti bilaterali italo-francesi più solidi, anche per avere peso doppio quando si parla con i Paesi del Nord. Il Trattato dovrebbe essere siglato entro l’anno. Di certo, c’è il Servizio civile franco-italiano per i giovani dei due Paesi. Un modo per far fare amicizia ai ragazzi, diciamo. Poi però si deve scrivere il resto.

Che cosa prevedi?

Se il modello è il Trattato dell’Eliseo del ’63, che di fatto prevedeva consultazioni tra Parigi e Berlino prima di sedersi con gli altri leader europei, sarà un passo compiuto verso la realizzazione di un nuovo asse. Se in autunno scopriremo che l’Italia avrà ottenuto una declinazione favorevole del golden power nel controllo degli investimenti stranieri sugli assetti strategici nazionali sarà allora un passo politico da far valere.

Quali saranno i punti chiave del Trattato?

Vedremo quale sarà la procedura di cooperazione sull’industria della difesa e aerospaziale, nell’automotive e nella microelettronica. Su questi dossier si giocano i pesi e contrappesi del nuovo patto italo-francese. Facile definire una cooperazione di massima su politica estera e di difesa comune, o su crescita, occupazione, ambiente e persino sulle politiche migratorie. Ma è sulle politiche industriali e commerciali che si era finora arenato il tutto.

(Federico Ferraù) 

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