Jean Todt “Micheal Schumacher? Dopo incidente stessa amicizia”/ “Come sta? Questione privata…”

- Silvana Palazzo

Jean Todt torna a parlare di Micheal Schumacher: "Dopo l'incidente non è cambiato nulla, stessa amicizia". L'ex capo della Ferrari non si sbilancia sul come sta: "Questione è privata..."

Schumacher e Todt Ferrari Formula 1 Michael Schumacher in Ferrari (LaPresse)

Non è cambiato nulla tra Jean Todt e Michael Schumacher anche dopo l’incidente terribile di Meribel del campione di Formula 1. A confermarlo è lo stesso ex capo della Ferrari in un’intervista alla Stampa, in cui apre un piccolo squarcio nel muro alzato dalla famiglia dell’ex pilota tedesco, finito in coma per un fuoripista. Da dieci anni i riflettori sono spenti, perché la famiglia protegge la riservatezza di Schumacher. Solo le persone più care possono vederlo. Tra queste c’è appunto Todt. «Michael è un amico, lo considero parte della mia famiglia». Va a trovare regolarmente, hanno anche seguito gare di F1 insieme in tv. Ma non si sofferma a spiegare come sta ora. «È una questione privata. L’unica cosa che dico è che adoro Michael, adoro la sua famiglia ed è giusto rispettarne la privacy». Preferisce raccontare come hanno costruito il loro rapporto, prima professionale, «fino a diventare una grande amicizia».

L’avventura di Todt a Maranello è iniziata nel 1993, trent’anni fa, grazie alla chiamata di Luca Montezemolo. «Il presidente è stato coraggioso a prendere un francese senza esperienza di Formula 1 e che non parlava italiano. Ha anche avuto il coraggio di lasciarmi continuare malgrado le pressioni esterne». Quando arrivò Michael Schumacher, non arrivarono subito i risultati. «La situazione all’inizio era disastrosa. Nel ’96 si parlava molto del mio licenziamento. Michael era appena arrivato e vedeva che il mio piano era giusto, la gente che stava per arrivare e con cui trattavo in segreto corrispondeva al nostro progetto». Quindi, Schumacher intervenne per difenderlo, minacciando l’addio: «Se parte Todt, me ne vado anch’io».

“VERSTAPPEN E RED BULL COME SCHUMACHER E FERRARI”

Jean Todt non sa se quello è stato l’imprinting della sua amicizia con Michael Schumacher, ma è servito a fermare chi voleva mandarlo via. Non andarono meglio le cose in Ferrari negli anni successivi. A partire dallo scontro intenzionale del tedesco con Jacques Villeneuve. «In quell’occasione l’abbiamo molto protetto». Nel 1998 ci fu lo “scandalo” Coulthard e poi l’infortunio del ’99. «Quando è rientrato, ha aiutato Irvine. Se anche gli avesse ceduto la posizione all’ultima gara, il titolo sarebbe comunque andato a Hakkinen. Però è arrivato il primo posto tra i costruttori». Dal 2000 però arrivarono le vittorie.

Quel Schumacher e la Ferrari somigliano a Verstappen e Red Bull delle ultime tre stagioni. «Sì, ci sono affinità. La Red Bull ha costruito una squadra vincente con un pilota straordinario, molto professionale, intelligente in gara. Un talento fantastico». Nell’intervista alla Stampa cita Felipe Massa, che ha avviato un’azione legale affinché gli venga riconosciuto il titolo. «Non entro nella polemica. Per lui psicologicamente è stata molto dura. Forse potevamo essere più duri quando si è saputo di questa storia. Non c’è dubbio che il Gran premio di Singapore è stato truccato e andava cancellato».

DA LECLERC A DOMENICALI FINO AL NUOVO IMPEGNO

Per Jean Todt l’erede di Michael Schumacher può essere Charles Leclerc. «Mio figlio lo segue fin da quando correva nei go-kart. È un grande pilota e merita l’occasione di vincere il titolo». Invece il suo successore in Ferrari è stato Stefano Domenicali, che ora dirige la Formula 1. «Sono contento della sua bella carriera. Abbiamo trascorso 16 anni insieme. È stato un po’ ingiustamente licenziato dalla Ferrari, ma questo momento si è trasformato in una opportunità. Sta lavorando benissimo». L’ex capo della Ferrari non ha nostalgia comunque della Formula 1. Ora è impegnato con l’Onu, infatti è inviato speciale della sicurezza stradale. «Combatto un’epidemia silenziosa: ogni anno sulle strade muoiono 1,3 milioni di persone, l’equivalente di Milano. L’obiettivo è dimezzare le vittime».





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