KOBE BRYANT/ E quel popolo in lutto che campa di miti e trova conforto nell’idolatria

- Mauro Bottarelli

È giusto che venga censurato e additato come nemico pubblico chi ricorda l’esistenza di una lettera di Kobe Bryant che proietta una macchia sull’idolo giustamente celebrato in questi giorni?

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Lapresse

Due premesse, doverose visto il grado di infiammabilità dell’argomento e la mia regola aurea di occuparmi solo di cose che conosco, in ossequio al motto meneghino ofelè fa el to mesté. Primo, non sono un iconoclasta per calcolo e per ricerca di visibilità. Decisamente, non è il mio pane. Secondo, parlo dell’argomento perché per campare faccio il giornalista e in gioventù ho giocato a pallacanestro, dalla terza elementare fino ai tempi dell’università. Avrete capito che mi riferisco alla tragica morte di Kobe Bryant, della figlia 13enne e di altre sette persone nello schianto dell’elicottero della ex star Nba.

Il mondo si è fermato per quell’evento, da tre giorni sentiamo scomodare addirittura paragoni con la morte di John Fitzgerald Kennedy per tratteggiarne il grado di impatto emotivo negli Usa. Tutti i media ne parlano, con toni pressoché sovrapponibili come la carta carbone: ci ha lasciato prematuramente non solo uno dei più grandi giocatori di basket della storia, ma soprattutto un’icona, un simbolo, un esempio, un punto di riferimento. Ovviamente, l’Italia è stata colpita doppiamente da questo lutto, essendo Kobe Bryant cresciuto cestisticamente nel nostro Paese e amandolo ancora visceralmente. Parlava un fantastico italiano, seppur con l’inflessione americana alla Dan Peterson ed era tifosissimo del Milan.

Fin qui, nulla che il passato non ci avesse già regalato in presenza della dipartita tragica di un mito. Soprattutto, se giovane e globalmente acclamato. L’Italia però non poteva esimersi anche dalla sua polemica provinciale, mossa da Marco Belinelli, giocatore di basket che milita nella Nba e che ha lanciato un tweet feroce contro i quotidiani sportivi del Bel Paese, rei di non aver dedicato l’intera prima pagina delle loro edizioni del lunedì alla morte del campione. “Semplicemente non sono sportivi”, ha sentenziato, facendo notare il diverso atteggiamento della stampa francese e spagnola.

Ora, con tutto il rispetto, Marco Belinelli sa che i giornali vengono scritti per essere venduti, che sono merce? Pensa di essere un direttore migliore di quelli che guidano la stampa italiana? Si candidi alla loro successione. E si renderà presto conto che, al netto della frustrazione storica che affligge gli sport cosiddetti minori (che io ho praticato e che amo ancora visceralmente, tanto per evitare fraintendimenti), per vendere occorre – purtroppo – dare al lettore ciò che vuole. E in Italia per ogni tifoso che compra la Gazzetta per il basket, ce ne sono 1.000 che la comprano solo per il calcio. Oltretutto, il giorno seguente alla sconfitta della Juventus a Napoli. È cinico, ma è la vita. E chi gioca in un mondo spietato e traboccante di interessi economici e ingaggi a sei zeri come l’Nba dovrebbe saperlo. Ma tant’è. Il problema è altro. Anzi, è duplice.

Primo, siamo di fronte a un palese – ancorché silenziato – caso di “lesa kobetudine”. Già, perché a fronte del coro dolente degli altri media, alcuni giornalisti di Washington Post e CNN sono stati prima subissati di insulti e minacce di morte e poi, in alcuni casi, posti in administrative leave, ovvero aspettativa ancorché retribuita, per non essersi conformati alla canonizzazione laica e social del campione attraverso alcuni loro tweets. Ed ecco il secondo punto. Ovvero, il contenuto dei loro post, tali da metterli nel mirino dell’opinione pubblica e spingere i loro datori di lavoro a punirli, seppur in maniera ipocrita come appunto un congedo temporaneo con paga e benefit comunque garantiti. Hanno avuto l’ardire di ricordare l’episodio che vide Kobe Bryant protagonista all’inizio di luglio del 2003, quando la cameriera 19enne di un albergo di Eagle, in Colorado, denunciò di essere stata stuprata dall’ex stella dei Los Angeles Lakers nella sua stanza.

L’intera vicenda si chiuse due anni dopo, nel marzo del 2005, con un accordo civile ed extra-giudiziale, i cui contenuti economici non sono mai stati resi noti, ma che, a detta del Los Angeles Times, si sostanziarono in un risarcimento da 2,5 milioni di dollari. Direte voi, classico caso di ragazzetta di provincia che ha tentato la fortuna, incastrando una stella dello sport un po’ troppo ingenua e sensibile a certe curve pericolose. Probabile, non sono così angelico da credere che il mondo sia un bel posto a prescindere e che tutte le presunte vittime siano in effetti tali. Però, attenzione.

Primo, in caso fosse stato davvero innocente, perché arrivare a una transazione extra-negoziale? Ovviamente, per evitare di tirare in lungo una vicenda che avrebbe scatenato i media e compromesso – comunque fosse andata a finire – la sua carriera, all’epoca in pieno sviluppo verso la gloria planetaria e contratti sempre più miliardari. Però, ci sono altri due particolari. Ovvero, il risultato del kit stupro cui si sottopose la ragazza, le cui evidenze finali riscontrarono injuries non consistent with consensual sex. Ovvero, ferite non compatibili con un rapporto sessuale consensuale. Anche il medico legale era parte del complotto sessuale per incastrare Bryant? Magari sì. C’è poi dell’altro, però. E trattasi di cosa ben più seria, ovvero la mezza ammissione operata da Kobe Bryant attraverso una pubblica lettera di scuse alla ragazza, atto prodromico alla chiusura dell’accorso extra-giudiziale. Era il 1° settembre del 2004, proprio lo stesso giorno in cui il giudice della Corte di Eagle, Terry Ruckriegle, chiudeva di fatto il caso, visto che la vittima aveva comunicato di non aver più intenzione di testimoniare (sempre in ossequio all’accordo raggiunto). Ecco il testo della missiva:

First, I want to apologize directly to the young woman involved in this incident. I want to apologize to her for my behavior that night and for the consequences she has suffered in the past year. Although this year has been incredibly difficult for me personally, I can only imagine the pain she has had to endure. I also want to apologize to her parents and family members, and to my family and friends and supporters, and to the citizens of Eagle, Colorado.

I also want to make it clear that I do not question the motives of this young woman. No money has been paid to this woman. She has agreed that this statement will not be used against me in the civil case. Although I truly believe this encounter between us was consensual, I recognize now that she did not and does not view this incident the same way I did. After months of reviewing discovery, listening to her attorney, and even her testimony in person, I now understand how she feels that she did not consent to this encounter.

I issue this statement today fully aware that while one part of this case ends today, another remains. I understand that the civil case against me will go forward. That part of this case will be decided by and between the parties directly involved in the incident and will no longer be a financial or emotional drain on the citizens of the state of Colorado.

Un esempio da manuale di ammissione senza ammissione, tipico di chi può contare su avvocati da 1.000 dollari l’ora e che sanno soppesare anche le virgole. Nella lettera, Kobe Bryant si scusa e parla di un fraintendimento. Ovvero, per lui era sesso consensuale, ma ora si rendeva conto che, invece, per la ragazza non era stato affatto così. E se ne duole. Ora, gli errori di gioventù li hanno fatti tutti, per carità. Ma un’accusa di stupro è qualcosa di diverso. Archiviata, certo. Ma la questione è un’altra: quale strana “Alta Corte del giudizio popolare” di stampo orwelliano ha fissato le regole in base alle quali si può parlare a profusione della lettera di amore verso il basket – Dear basketball – che valse a Kobe Bryant addirittura il Premio Oscar nel 2018 (ispirò infatti un cortometraggio del regista Glen Kean), ma non si può ricordare anche quest’altra missiva? Cattivo gusto farlo a poche ore dalla morte?

Sono assolutamente d’accordo, io non lo avrei mai fatto nel pieno di un’ondata emozionale simile, quantomeno per rispetto di famiglia e amici. Resta il fatto, però, che mi piacerebbe sentire i vari Belinelli del mondo indignarsi anche per la limitazione di pensiero e parola di chi, ricorrendo magari al cattivo gusto, ma scomodando unicamente i fatti, vuole ricordare anche la “metà oscura” del mito Bryant. Oltretutto, in pieno processo di canonizzazione acritica e in palese controtendenza con la caccia alle streghe globale da Metoo in atto, con epicentro proprio negli Usa. Perché una cosa è il campione sportivo, il cui talento nessuno è così pazzo da mettere in dubbio. Ma un’altra è l’uomo Bryant e soprattutto l’iconografia da esempio collettivo che quasi tutti i media e social network stanno promuovendo. Quei tweets, fuori tempo e certamente ineleganti, sono di fatto un invito a giocare a basket come Bryant, non arrendersi e lavorare duro come Bryant, ma, anche, a evitare di comportarsi come ha fatto Bryant nel 2003 in Colorado. Fu stupro? Nessuno lo saprà mai, tranne i due protagonisti della vicenda. Uno dei quali, ora, non c’è più. Ma l’ombra resta. Ed è legittimo – ancorché sgradevole – che qualcuno voglia ricordarlo, fra tanta gloria. Perché se così fosse, in quel frangente Kobe Bryant avrebbe rappresentato l’archetipo classico, lo stereotipo anch’esso da film, del ricco e potente che la fa franca grazie a fama sportiva, denaro e avvocati di prim’ordine.

Perché non si può dire? Perché è appena morto? Certo, il buon gusto a me avrebbe suggerito questa strada. Ma, in punta di realismo, è legittimo muovere l’argomento, soprattutto quando l’iconografia – lo ripeto – sta travalicando il ruolo da star della pallacanestro ed esonda nel privato. Ovvero, il Kobe Bryant esempio per tutti, in primis come padre e marito amorevole. Signori, attenzione. Perché quelle minacce di morte via social e soprattutto l’ipocrita provvedimento amministrativo che stanno patendo alcuni di quei giornalisti, ancorché decisamente carenti di tatto e tempismo, è decisamente più grave della scelta di non dedicare una prima pagina integrale alla morte di un campione sportivo che non fosse un calciatore. Ma tutti parlano dell’intemerata di Belinelli e del supporto che questa sta riscuotendo fra suoi colleghi di altre discipline, non della caccia all’eretico in atto negli Usa o della lettera meno onorevole e commovente che Kobe Bryant – anzi, i suoi avvocati – furono costretti a scrivere per evitare guai penali. E questo, significa negare in nuce il principio di libertà di espressione.

Kobe Bryant è stato un grande sul parquet? Senza dubbio alcuno, un fenomeno. È stato un padre e marito amorevole? Probabilmente, sì. Un esempio di dedizione e abnegazione? Anche in questo caso, risposta affermativa, ancorché magari non per tutti. La sua morte e quella di chi era con lui rappresentano una tragedia? Umanamente, senza il minimo dubbio. Merita le prime pagine dei giornali di mezzo mondo? Sicuramente. Merita però anche la censura e l’oblio per meriti sportivi dagli errori umani del passato, cancellati e resi penalmente inoffensivi con un accordo extra-giudiziale e una testimonianza ritirata dietro elargizione di un risarcimento danni? Magari, per buon gusto e umana pietà, sì. Ma le lettere hanno tutte il medesimo valore, quando al loro termine portano la medesima firma. E non si può voler impiccare chi lo ricorda, solo perché sta toccando il tasto dolente dell’emotività di un popolo in lutto che campa di miti e trova conforto nell’idolatria.

Dominique Strauss-Kahn, per un’accusa di stupro poi rivelatasi platealmente una trappola, ha visto stroncata la sua carriera, distrutta. E, piacesse o meno il modo che aveva di guidare il Fondo monetario, ricopriva un ruolo un attimino più importante per i destini di tutti noi dell’essere bravissimo nell’infilare una palla nel canestro. Ci sono metoo più metoo degli altri, forse? In un mondo dove ormai hai timore di fare un complimento a una collega, si può imporre la censura discrezionale a furor di popolo e in punta di notorietà? Detto questo, riposino in pace. Ma il motto assolutorio del dividere l’arte dall’artista o vale per tutti o per nessuno. E guai a chi mette in discussione il diritto, seppur indelicato e fuori tempo, di ricordarlo.

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