LA CURA AI TEMPI DEL COVID/ “Servire la vita vince la pandemia più di scienza e politica”

- Alessandro Pirola

Per generare luoghi e relazioni di cura occorre un’esperienza di pienezza umana incontrabile. La storia e la cronaca sono fortunatamente piene di questo incontro

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(LaPresse)

La pandemia da Covid 19 sembra non mollare a un anno dalla sua comparsa sullo scenario mondiale. La sua cura non è stata individuata pur osservando che gli approcci terapeutici attuali sono più efficaci delle prime settimane. I vaccini sono ormai fortunatamente in uso anche se l’aspettativa di una rapida e generale immunizzazione si è stemperata nei tempi e nei modi della loro somministrazione ed efficacia. Le disposizioni di politica economica sono utili per una significativa parte della popolazione, pur considerando che, a dispetto dell’euforica denominazione, il bisogno di molti non è per nulla ristorato.

Per la realtà e le prospettive che genera questa situazione è, direttamente o indirettamente, drammatica per tutti; non è però peggiore di altre attraversate anche nell’epoca moderna, dalle quali si è potuto trarre qualità di vita più elevata e diffusa.

Collaborando da più di trent’anni alla conduzione di luoghi di cura per malati gravi, cronici e frequentemente con prognosi prive di guarigione, cerco di osservare quale possa essere il punto di leva per cui una malattia, una sofferenza, un fatto pur indesiderato possa generare efficace iniziativa di cura e azioni di sollievo e consolazione.

Certamente occorre competenza professionale sia in campo sanitario che in campo gestionale senza delle quali tutto è più faticoso se non impossibile; occorre la cura dello sviluppo scientifico e della ricerca, lo scambio del sapere e l’adozione di tutte le norme di contenimento e prevenzione; occorre una oculata gestione delle risorse economiche, umane, logistiche e ambientali. Tuttavia lo sforzo massimo nell’adozione di tutte le misure citate non basta: la pandemia non molla e l’affanno aumenta esattamente come in tempo ordinario davanti ai dolori e alle fatiche più grandi che la vita pur riserva.

Questa terribile pandemia evidenzia quello che sempre mostra la propria insufficienza anche quando è ostentato a gran voce come imminente panacea: scienza, economia, politica, potere, istinto ed ecologia.

Occorre qualcosa che viene prima di ogni sforzo, di ogni scienza, di ogni competenza, di ogni norma e di ogni disposizione economica; qualcosa che preceda e attraversi queste azioni e che contemporaneamente, non dipendendo da esse, possa generarne il senso e rigenerare il vivere stesso.

Questa pandemia ci coglie nelle macerie umane di un’epoca in cui la libertà è affermata come assenza di legami, la dignità è sinonimo di successo e la differenza antropologica è censurata con pretenzioso arbitrio. Le conseguenze sono peggio della pandemia: per esempio, curare al domicilio una persona sola (30% dei nuclei famigliari milanesi) è mille volte più oneroso quando non impossibile; l’assenza di legami stabili e gratuiti vede squagliarsi le relazioni alla prima seria difficoltà.

La vita però non tradisce e perfino la disperazione di un ultimo mancato abbraccio ad un famigliare morente dice di che pasta siamo fatti: lasciamo che il dolore e lo spaesamento attuale ci dicano di cosa manchiamo.

Per generare luoghi e relazioni di cura occorre un’esperienza di pienezza umana incontrabile, vivibile, trasmissibile dentro ogni circostanza, non smentita dal dolore o dalla finitezza della vita. La storia e la cronaca sono fortunatamente piene di questo incontro che genera luoghi, professionalità, competenze, risorse economiche, scoperte scientifiche e relazioni umane inimmaginate. La storia della medicina è fonte copiosa.

La scorsa estate un ottimo fisioterapista che cura da anni un uomo con la Sla e con tanta nostalgia del mare è tornato dalle vacanze con una scatola da scarpe piena di sabbia presa dalla spiaggia, è andato dal paziente e gli ha messo dentro un piede: “non posso farti camminare sulla spiaggia, ma i piedi nella sabbia posso metterteli…”.

Per tutto lo scorso anno, nell’imperversare della pandemia, un gruppo di educatori si è consumato, insieme agli psichiatri, per proseguire il tentativo di recupero di un venticinquenne con misure giudiziarie; all’ennesimo episodio di danneggiamento e autolesionismo, mentre i carabinieri lo riportavano alla Rems, il medico gli diceva: “Non sei cattivo, puoi farcela, magari con un altro percorso”. Era lo stesso ragazzo che in un caldo pomeriggio estivo, con qualche preoccupazione e sorpresa dei presenti, si è inginocchiato davanti al Vescovo di Milano, venuto a far visita, dicendogli in lacrime “mi benedica”.

In autunno in una casa per malati Hiv, quando un ospite è stato trasferito per Covid in un reparto intensivo, tra i tanti provvedimenti e timori ho sentito la coordinatrice telefonare al medico dell’ospedale dicendo: “Appena possibile me lo rimandi che ci organizziamo”. E così al rientro hanno spostato mobili e letti per creare le condizioni migliori possibili.

Settimana scorsa un ospite è scappato dalla comunità psichiatrica per tornare a casa perché non reggeva le restrizioni, i famigliari non gli hanno aperto; dopo una notte sul pianerottolo la vicina di casa si presenta con il ragazzo in cerca di un luogo dove riportarlo.

Il 21 gennaio è stata dichiarata Venerabile Adele Bonolis che nel dopoguerra, abitando in centro a Milano vicino ad un bordello, vedendo quelle ragazze così belle e così abusate si è ingegnata a generare luoghi di accoglienza e di riscatto ancora funzionanti, come pure ha generato luoghi di accoglienza e riabilitazione per malati psichiatrici autori di reato che mi capita ora di gestire.

La Pienezza umana l’ho vista all’opera, mi è stata indicata e dentro il mio limite la servo come prima azione di cura per me stesso e per tutti i colleghi e i malati che la vita mi mette vicino e come primo investimento sociale e politico.

La vita può provarti e contemporaneamente temprarti, ferirti e darti letizia e fecondità. Servire la vita vince la pandemia.

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