YASUJIRO OZU/ Il “ritorno” (via web) del cinema che riunisce forma e sostanza

Yasujiro Ozu (1903-1963) è protagonista di una rassegna di film organizzata da Mymovies.it. MASSIMO BORDONI ci parla dello stile del famoso regista giapponese

26.10.2015 - Massimo Bordoni
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Yasujiro Ozu

“Il cinema di Ozu è quanto di più vicino all’idea di paradiso io abbia mai incontrato”. La citazione è di Wim Wenders, il riferimento è a Yasujiro Ozu (1903-1963), regista giapponese di capacità eccelse, forse poco noto al pubblico di oggi, ma che è stato un autentico gigante della storia del cinema. È in corso sulla piattaforma streaming MYmovies.it e Repubblica.it, in collaborazione con Tucker Film, una rassegna di alcuni dei suoi capolavori. Per sei lunedì consecutivi, a partire dal 5 ottobre, gli utenti della piattaforma hanno potuto, e ancora potranno, vedere gratuitamente nella sala virtuale di Mymovieslive (inizio ore 21.00) altrettanti film di Ozu, nell’ordine: Viaggio a Tokyo (1953), Il Gusto del Sakè (1962), Buon Giorno (1959), Tardo Autunno (1960), Fiori d’Equinozio (1958) e Tarda Primavera (1949). Gli stessi erano tutti disponibili a pagamento on-demand già dal 3 ottobre, tranne l’ultimo che lo sarà solo dalla fine di novembre.

L’iniziativa è senz’altro lodevole, consente al segmento di pubblico che fruisce spettacoli anche in web, di norma la fascia più giovane, di accostarsi a un cinema che altrimenti difficilmente avrebbe la possibilità di conoscere. Più ancora lo appare se si considera che il cinema di Yasujiro Ozu non è di facile lettura, specialmente per un pubblico abituato all’azione e al videogioco; circostanza enfatizzata dal fatto che i suoi film non sono doppiati, ma solo sottotitolati, e hanno un contenuto socio-culturale distante dal nostro, sia per pari distanza con il Paese che ritraggono, sia per l’epoca in cui sono ambientati, che costituisce – quest’ultima – spesso una barriera alla visione dei più giovani anche per i film europei e americani dello stesso periodo. Ma il mondo filmico di Ozu restituisce grande soddisfazione a chi riesce a entrare in sintonia con i suoi silenzi, a capirne la valenza universale.  

Chi ha visto il primo film del programma, Viaggio a Tokyo (1953) – l’Ozu più famoso in Occidente -, che la promozione dell’iniziativa definisce enfaticamente “il più bel film dell’intera storia del cinema” (giudizio un po’ affrettato, non fosse altro che per la mole di opere prodotte dagli albori del Novecento a oggi), si sarà già reso conto dello stile assolutamente unico del grande regista giapponese. I film sono tutti della seconda parte della carriera, quella matura, nella quale Ozu è arrivato, per sottrazione consapevole, a semplificare al massimo la sua arte filmica: ha rinunciato a qualunque movimento di macchina, ha ridotto al minimo il montaggio, così che la cinepresa, messa alla cosiddetta “altezza tatami”, possa fare da testimone silenzioso, quasi affettuoso, delle storie dei suoi personaggi. I film in programma sono tra i suoi migliori; consistono infatti in potenti poemi visivi sulla vita e sulla morte, sul loro senso, secondo un cinema della sottrazione e quindi dell’assoluto capace di trarre i grandi temi universali dal vissuto ordinario delle persone, filmate con sguardo fisso e profondo, meditato, che insiste sui dettagli quotidiani rendendoli imperituri simboli dell’umana condizione.

Nel cinema di Ozu forma e sostanza coincidono come non mai, tramite lo stile radicale le storie della gente comune acquistano portata universale, il quotidiano sconfina nell’assoluto e nel sublime. I suoi film insegnano a guardare il cinema senza aspettative preconcette, ad attendere che sia il testo visivo a dirci quello che l’autore vuole, senza pretendere azioni, conseguenti reazioni o altro; a lasciarci docilmente portare nel luogo narrativo e poetico dove il regista ha deciso che dobbiamo giungere. Sia quindi benvenuta l’iniziativa di MYmovies.it, si spera aiuti a migliorare l’approccio del pubblico medio all’alfabeto delle immagini, a tutto vantaggio anche degli autori contemporanei, almeno quelli tra loro che ancora pensano al cinema come all’arte visiva per eccellenza dei giorni nostri. 

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