LA MAESTRA DI PRATO/ E i sindacati solo posti e niente cuore che soffocano la scuola

- Riccardo Prando

Una maestra di Prato, Francesca Sivieri, ha deciso di far uscire i bambini e far lezione in un parco. La Cisl l’ha accusata di non rispettare le regole

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Scuola materna (LaPresse)

C’erano una volta le “150 ore”: a metà anni Settanta, il sindacato strappò (a fatica) la possibilità per gli operai di dedicare parte del proprio orario di lavoro al conseguimento di un titolo di studio. Fu una conquista di civiltà, il segno che, in piena crisi economica e politica, si voleva puntare sul rilancio di ciò che oggi chiamiamo “capitale umano” attraverso il bene indisponibile della cultura. Un avvertimento chiaro: la persona prima del profitto e prima del guadagno.

Cercare tracce di una simile prospettiva nel sindacalismo (ma anche nella classe politica) di oggi è impresa ardua. La vicenda della maestra di Prato che, nel rispetto delle norme igienico–sanitarie imposte dalla pandemia e con il consenso di famiglie e colleghe, ha deciso di incontrare i suoi piccoli allievi di scuola dell’infanzia in un prato della città leggendo loro dei racconti ha, infatti, del surreale: il sindacato l’ha accusata di non voler rispettare le regole e di “far passare da vagabonde le colleghe”.

Travolta dall’indignazione popolare, la Cisl pratese s’è affrettata a fare parziale marcia indietro, ma il danno d’immagine ormai era fatto: rigida applicazione delle norme contro flessibile applicazione della ragione; difesa corporativa di un principio sempre più astratto (e lontano dalla gente) contro apertura pacata verso esigenze immateriali che, tre mesi dopo il “tutti a casa”, urgono più di quelle materiali. Specie in bambini in età prescolare, anche se poi il discorso vale per tutti gli studenti, privati della possibilità di andare a scuola, ma liberi d’incontrarsi in pizzeria o nei fast-food.

Nelle dichiarazioni pubbliche rilasciate da Francesca Sivieri, la maestra controcorrente che probabilmente nessun presidente della Repubblica omaggerà di alcun cavalierato, c’è però un particolare che brilla di luce propria: “La mia decisione è nata dal cuore”.

In mezzo a tante parole regalate a profusione ai mass media da scienziati, virologi, medici in tre mesi di Covid-19 ce n’eravamo quasi dimenticati: la ragione, da sola, non basta a salvare l’uomo. Ci vuole anche il cuore. Altrimenti il capitale umano diventa carne da macello e la scuola (cioè la cultura) un optional da aprire e chiudere a piacere.

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