LAVORO E POLITICA/ Ferrario (e-work): serve una regia sulle politiche attive

- int. Paolo Ferrario

Il mercato del lavoro esige flessibilità, che non è precariato, e competenze elevate. E le agenzie del lavoro possono giocare un ruolo decisivo

agenzia ework
L'agenzia del lavoro e-work

Mentre l’Inps certifica che nei primi sette mesi dell’anno i contratti stabili sono cresciuti del 148%, da Milano arriva la notizia che la procura indaga sui rider per far luce su possibili casi di sfruttamento e caporalato. Luci e ombre di un mercato del lavoro in continua e profonda trasformazione, ma che si sente ancora cuciti addosso antichi vizi e gap: tasso di occupazione, specie tra i giovani e le donne, tra i più bassi d’Europa, record di Neet, cioè giovani che non studiano né lavorano; politiche attive esangui; formazione e apprendistato da rilanciare. Sfide che esigono risposte non solo dallo Stato.

In campo, infatti, ci sono anche le Agenzie del lavoro. E’ il caso di e-work: con quasi vent’anni di esperienza, una presenza in quasi tutte le regioni e una rete di divisioni specializzate che offrono servizi a 360 gradi, e-work serve ogni anno oltre 1.200 aziende e 40mila persone. “Le agenzie del lavoro – spiega Paolo Ferrario, presidente e a.d. di e-work – vogliono e possono giocare un ruolo centrale, decisivo, per colmare il mismatch tra scuola e lavoro e per riqualificare disoccupati e giovani in cerca di un’opportunità lavorativa”. Il timore? “Che dopo il reddito di cittadinanza si perseguano politiche passive per il lavoro”. La speranza? “Che il governo non demonizzi la flessibilità, voltando le spalle alle esigenze delle aziende”.

L’Italia ha un tasso di occupazione tra i più bassi della Ue. Come lo si può rilanciare?

Il basso tasso di occupazione è un problema non nuovo per il nostro paese, oggi tra l’altro acuito dalla difficile congiuntura economica che di certo non aiuta l’occupazione, e le cause sono molte. Tra le possibili soluzioni per rilanciarlo ricorderei l’alleggerimento degli sgravi contributivi e la predisposizione di strumenti reali utili a superare il mismatch, che resta molto ampio, tra domanda e offerta di lavoro.

Il punto dolente dell’occupazione italiana sono i giovani. Vengono considerati la risorsa più importante, hanno un livello di istruzione mai raggiunto, eppure abbiamo il record di Neet e i migliori cervelli emigrano all’estero. Si può uscire da questa contraddizione e da questo spreco di capitale umano?

E’ importante investire di più per aiutare i ragazzi a capire cosa c’è dopo la scuola, per imparare a respirare di più cos’è la realtà al di là di ciò che si impara sui banchi. Le aziende invece devono essere disposte a valutare questi nuovi “cervelli”. Spesso ci si trova davanti a imprenditori o direttori Hr che vorrebbero tutto subito. Credo che ci sia da superare, oltre a un problema culturale delle imprese, anche un nodo strutturale e organizzativo delle scuole.

Il mercato del lavoro sta cambiando velocemente e profondamente. Oggi le competenze sono un fattore decisivo. Come coltivare e valorizzare le skills?

Oggi più che mai è fondamentale per una persona, per un lavoratore rinnovarsi, “riskillarsi” continuamente. A tal proposito è molto utile l’apporto offerto dai fondi inter-professionali inerenti all’innovazione e alla riqualificazione professionale. Spesso le aziende non si rendono conto di avere già in casa competenze che possono, con un piccolo upgrade, rispondere alle nuove necessità del mercato. A partire dai lavori apparentemente semplici, per esempio il magazziniere: oggi non è più come dieci anni fa, quando era un lavoro molto fisico, mentre adesso si sta informatizzando sempre di più. E se questa implementazione di skill vale per un profilo semplice, tanto più vale per figure professionali avanzate. Le aziende devono investire, ma anche avere strumenti collaterali che possono aiutarle in questo compito.

C’è chi ancora sogna il posto fisso, ma oggi si parla soprattutto di percorsi lavorativi. Eppure flessibilità fa ancora rima con precarietà. Si può spezzare questo binomio?

Noi siamo fermamente convinti che la flessibilità sia un valore, il vero valore per avere accesso al mercato del lavoro di oggi. L’80% degli ingressi lavorativi transita da un contratto flessibile tramite le agenzie del lavoro. Con risultati molto positivi: uno su tre dei nostri lavoratori viene poi assunto direttamente dall’azienda utilizzatrice e questo è un risultato ragguardevole. Deve però cambiare la mentalità delle persone, perché bisogna abituarsi a un contesto completamente diverso. Il posto a vita è sempre più raro, esiste piuttosto una professione per la vita, che deve essere coltivata e che molto probabilmente porterà a transitare per enne aziende. Questo sta diventando la normalità. Il binomio flessibilità-precariato è pericoloso. Serve un cambio culturale molto forte, più vicino a quello degli altri paesi europei, perché flessibilità non significa sfruttamento, ma risposta alle esigenze produttive di un mercato che cambia. Una volta le aziende avevano commesse pluriennali, oggi solo semestrali, e devono inevitabilmente misurarsi con una pianificazione delle assunzioni a termine per poi arrivare a un consolidamento nel tempo. La stabilità viene data dalla propria professionalità, non da un posto di lavoro per la vita e in un’unica azienda.

Parliamo di politiche attive, che in Italia sono carenti. E’ solo colpa della scarsità di risorse disponibili?

No, non credo che sia l’unico motivo, visto che Regioni e Unione europea destinano fondi proprio per le politiche attive. Penso sia un po’ un problema culturale e un po’ colpa di una difficoltà organizzativa del sistema Paese. Non avere una cabina di regia vera, a livello nazionale, lasciando l’iniziativa alle singole regioni, fa sì che alcune siano esempi d’eccellenza e altre invece restino ferme al palo. E spesso la persona in stand by lavorativo, il disoccupato, fatica ad affidarsi alle agenzie per il lavoro, magari neanche sa che esistono e che offrono servizi di riqualificazione, non di precariato.

Sul mismatch tra scuola e aziende e sulle politiche attive che ruolo vogliono e possono giocare le agenzie per il lavoro?

Giocano un ruolo centrale, decisivo. E’ uno strumento fondamentale per cercare di colmare il mismatch tra scuola e aziende, perché abbiamo la funzione di mediatori tra le esigenze delle imprese e le competenze/aspirazioni di chi cerca lavoro. In secondo luogo, abbiamo una buona dotazione di fondi di settore da destinare, da un lato, alla riqualificazione dei disoccupati e, dall’altro, alla formazione per i giovani che escono dalla scuola su temi come i nuovi contratti, i diritti e i doveri dei lavoratori, la sicurezza, il comportamento in azienda.

A proposito di scuola e lavoro, il modello tedesco della formazione duale è una strada da percorrere?

Non è detto che un modello estero funzioni così com’è in un altro Paese, perché bisogna tenere conto delle differenze di contesto. Ma può essere adattabile, disegnandolo più sulle nostre attitudini e specificità.

Anche l’apprendistato può essere uno strumento da incentivare?

Assolutamente sì, sebbene sia sempre stato sottoutilizzato. Va rivitalizzato nel modo giusto, non a sproposito: è un’occasione educativa per insegnare una professione. Noi, per esempio, lavoriamo anche sull’apprendistato in somministrazione, che magari è poco conosciuto dalle aziende, ma è uno strumento molto valido.

Sui temi del lavoro l’alleanza giallo-rossa si fonda su quello che al momento è un dissidio: una forza, il Pd, ha puntato con forza sul Jobs act; l’altra, il M5s, ha introdotto il decreto dignità come primo passo per smontare proprio il Jobs act. Che consiglio si sente di dare al governo Conte per non rischiare di generare norme contraddittorie e potenzialmente inefficaci se non controproducenti?

Qualche timore, in effetti, c’è, tenendo conto che il nuovo ministro del Lavoro è l’autore del testo della legge per il Reddito di cittadinanza, una misura più di politica passiva che attiva per il lavoro. Detto questo, più che un consiglio parlerei di una speranza: che non si demonizzi la flessibilità, voltando le spalle alle esigenze delle aziende che invece hanno la necessità di pianificare la loro attività così come il mercato richiede e non inseguendo fantasie o schemi preconcetti.

Veniamo a e-work. Quali servizi offre a imprese e lavoratori?

Capovolgerei l’ordine: ai lavoratori e alle imprese. Nel tempo, infatti, le agenzie per il lavoro si sono disegnate attorno alle persone. Con la formazione e con le politiche attive si è cercato di creare spazi aperti, tanto che noi abbiamo ideato, oltre alle filiali classiche, una catena di “caffé del lavoro”: ce ne sono già una decina in Italia, dove le persone possono recarsi per stilare il proprio curriculum, avere dei suggerimenti, vedere le offerte disponibili, poter studiare o lavorare nei momenti in cui non hanno un luogo dove farlo. Il vero valore di un’agenzia per il lavoro è considerare le persone per quello che sono: persone di valore che in quel momento di difficoltà si stanno affidando a te. E la migliore delle risposte è percorrere insieme un po’ cammino.

E le aziende?

Si sono ormai abituate a lavorare con le agenzie e questa partita ce la giochiamo con tanta preparazione, investendo sulle nostre risorse, e con tanta serietà.

Quali sono i prossimi obiettivi che si pone e-work?

Il nostro piano di sviluppo ci ha portati negli ultimi due anni a raddoppiare il fatturato a 140 milioni. Da qui a giugno 2020 abbiamo in previsione l’apertura di altre 9 filiali e stiamo ormai ultimando l’acquisizione di un’agenzia per il lavoro in Polonia. In più, è per noi importante anche l’impegno sociale. Abbiamo aperto a Milano la Fondazione Pino Cova, in memoria del nostro socio fondatore, che si occuperà solo ed esclusivamente di erogare percorsi formativi nel settore bar, ristorazione e hotel ai ragazzi con difficoltà fisiche o psichiche. Siamo più che convinti che ridare valore al territorio dove si è nati e si opera è un circolo virtuoso dovuto e importantissimo.

(Marco Biscella)

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