LAVORO E POLITICA/ I passi essenziali perché il 2022 sia l’anno di svolta

- Massimo Ferlini, Giampaolo Montaletti

Il 2022 sarà un anno chiave per l’implementazione del Pnrr anche sul fronte del lavoro. Occorrono però alcune mosse essenziali per aiutare l’occupazione

Operaio al lavoro con mascherina
(LaPresse)

Non è facile fare previsioni sul futuro ancorché prossimo. Avevamo pensato di prenotare un volo per le feste natalizie, convinti che le misure anti-pandemiche prese permettessero di tornare alla libertà di movimento e invece l’affacciarsi di una nuova variante, e la permanenza di una quota significativa di no-vax nei Paesi europei, hanno portato a reintrodurre restrizioni ai viaggi internazionali.

Gli obiettivi principali della campagna vaccinale, oltre agli ovvi aspetti sanitari, sono quelli di tutelare il lavoro e la scuola. Se però restano limitazioni alla mobilità e alle iniziative ad alta partecipazione avremo ancora comportamenti asimmetrici dei mercati. Nel primo periodo della crisi da Covid abbiamo registrato come i fattori di crisi agivano contemporaneamente su aspetti della domanda aggregata, scomparsa totale dei consumi di alcuni beni e servizi a fronte di settori che vedevano invece esplodere la domanda, mentre si formavano blocchi nelle catene di fornitura di beni intermedi con conseguenti problemi nell’offerta di alcuni prodotti. Anche ora, nella fase di ripresa, i tassi di crescita confermano molte delle asimmetrie uscite nella prima fase. I tempi di ripartenza di alcuni settori sono più lunghi e ancora sottoposti alle incertezze dovute all’andamento della pandemia.

Due grandi processi di cambiamento influenzano la domanda di lavoro. La digitalizzazione dell’economia ha avuto un’accelerazione durante la fase di lockdown e sta trasformando produzione, prodotti e servizi in modo orizzontale nei diversi comparti produttivi. Assieme a questo cambiamento avanzano scelte indotte dalle politiche di sostenibilità ambientale che cambiano cicli produttivi e portano a cambiamenti in alcuni settori con ristrutturazioni drastiche. Pensiamo semplicemente a come cambierà la produzione delle automobili con il passaggio all’auto elettrica. I produttori di marmitte diventeranno semplicemente inutili e così cambieranno altre componenti dell’auto.

Allo stesso tempo due fattori influenzano l’offerta di lavoro: l’invecchiamento della popolazione e un generale ripensamento delle priorità individuali dei lavoratori. La prima è una tendenza di lungo periodo, la seconda ha dato luogo in alcuni Paesi alla “Great resignation“, l’ondata di dimissioni volontarie durante la pandemia. Se il fenomeno delle dimissioni volontarie sia destinato a rimanere o meno è presto per dirlo, ma la restrizione dell’offerta di lavoro è destinata a restare per lungo tempo aggravando le difficoltà della crescita. I dati di KapLab, usando una simulazione della popolazione italiana e dei suoi comportamenti sul mercato del lavoro, mostrano che la platea dei disponibili al lavoro si sta progressivamente polarizzando fra due gruppi. Il primo usa al massimo il sistema dei sussidi e dei programmi di reimpiego per mantenere continuità contributiva e gestire i passaggi tra lavori a termine, mentre il secondo, in crescita, resta progressivamente ai margini del mercato lasciando deteriorare competenze e reti sociali necessarie a rientrare. Le politiche del lavoro hanno il compito di riportare nel mercato del lavoro chi ormai lo frequenta solo saltuariamente.

I cambiamenti della struttura produttiva e nell’offerta di lavoro, indotti dalla crisi sanitaria e dalle trasformazioni tecnologiche, hanno un pesante riflesso sul mercato e sulle politiche di sostegno per le transizioni lavorative che saranno introdotte dal Pnrr.

Per l’Italia il 2022 sarà l’anno di avvio dei primi grandi investimenti delle risorse europee stanziate con il programma Next Generation Eu. I mismatch che caratterizzano il mercato del lavoro italiano, se non affrontati con iniziative mirate, potrebbero diventare ostacoli sia per i risultati attesi di crescita economica, sia come freno alla crescita del tasso di occupazione complessivo che resta un impegno prioritario delle politiche di ripresa economica.

Vediamo i passi essenziali perché sia l’anno di svolta delle politiche per il lavoro:

– prioritaria è la creazione di una rete di operatori pubblici e privati che assicurino servizi di politica attiva del lavoro in modo universalistico per tutti coloro che vogliono ricorrere alle iniziative di sostegno. Politiche attive e politiche passive (tutte le forme di sostegno al reddito delle persone coinvolte in transizioni occupazionali o formative) dovrebbero essere riunificate in un’unica agenzia nazionale che faciliti i compiti dell’attuazione alle strutture regionali.

– Va rotto lo schema che vede prima l’erogazione dei sussidi e successivamente la rincorsa dei servizi pubblici per cercare la partecipazione alla politica attiva o la ricollocazione dei beneficiari, pena la cancellazione dei sussidi stessi (il cosiddetto principio di condizionalità). I sussidi devono seguire, come avviene quasi ovunque in Europa, la partecipazione a percorsi di politica attiva e non possono essere legati a obiettivi occupazionali impossibili da raggiungere e da controllare. Il Reddito di cittadinanza deve tornare a essere politica contro la povertà, coniugarsi con le politiche sociali dei comuni e quindi scollegarsi dalle politiche di inserimento al lavoro.

– È bene cominciare a valutare le politiche, costruendo sistemi di valutazione credibili: scrivere che qualcuno ha trovato un lavoro “dopo” la politica non ci fa capire se le risorse impiegate sono state efficaci (e se uno trova lavoro dopo la pioggia, è merito della pioggia?). La valutazione delle politiche non può ignorare la misura dell’efficacia, e non può fermarsi alla misura dell’efficacia. Possiamo misurare la ricollocazione, ma soprattutto quale contributo la politica dà davvero alla ricollocazione. Possiamo valutare le politiche non per giustificarle, ma per capire come si migliorano.

– La normativa contrattuale del lavoro deve essere finalizzata a dare diritti e tutele eguali alle diverse forme di lavoro. La deriva populista di un unico contratto e di un salario fissato per legge porta a dividere ancora fra precari, che staranno fuori mercato del lavoro per ottenere sussidi, e garantiti che temono un sistema di nuove tutele che rompa privilegi e corporativismi esistenti.

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