LAVORO E POLITICA/ Ultima chiamata per il Governo (e il Pd)

- Massimo Ferlini

Il Governo avrebbe una grande occasione per attuare importanti politiche relative al mercato del lavoro, ma sceglie l’immobilismo

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Lapresse

Durante le ultime legislature siamo stati abituati a scossoni continui per quanto riguarda le norme che regolano il mercato del lavoro al punto che sembrava di essere sulle montagne russe: se una legislatura introduceva un disegno di riforma con l’obiettivo di mutare il paradigma di fondo della nostra legislazione si poteva stare tranquilli che la legislatura successiva sarebbe stata marcata da interventi tesi ad abrogare o a rivedere i provvedimenti appena entrati in vigore. Da 20 anni il pendolo ondeggiava fra l’introduzione di norme che tenessero conto dei cambiamenti avvenuti rimodulando le tutele del lavoro e chi invece riteneva che non si dovesse toccare nulla dell’impianto legislativo nazionale perché ogni innovazione era valutata come un attentato alle tutele e ai diritti del lavoro.

Il sistema italiano era caratterizzato da norme tutte tese a difendere il posto di lavoro. L’assenza di politiche attive del lavoro e il limite posto ai licenziamenti poneva a carico solo delle politiche passive di tutela del reddito gli interventi pubblici a contrasto della disoccupazione. Il perdurare di tale situazione aveva però creato un forte dualismo nel mercato fra chi era assunto nei settori che godevano di tali tutele e chi invece (micro e piccole imprese) non ne aveva nessuna, né un aiuto in caso di disoccupazione.

Per poter affrontare il tema con obiettivi universalisti e ridisegnare per tutti nuove forme di tutela, si è dovuto affrontare il problema abbandonando la logica della difesa del posto (che non significa abbandonare del tutto le politiche industriali) e passare alla tutela del lavoratore nel mercato del lavoro. Dalla “Legge Biagi” al “Jobs Act” tutti i disegni di riforma e modernizzazione del nostro mercato del lavoro si sono proposti di toccare il tema dei contratti e dei licenziamenti (articolo 18 ma non solo), rilanciando la contrattazione territoriale e di secondo livello e introducendo un sistema di politiche attive del lavoro che avviassero una rete di servizi di ricollocazione per i disoccupati come non si era mai fatto nel nostro Paese.

Assieme alle riforme tese a rendere più efficiente il rapporto scuola-lavoro (alternanza e sistema duale), col potenziamento della formazione per gli occupati attraverso i fondi interprofessionali, si è cercato di operare un intervento complessivo teso ad affrontare il dualismo fra tutelati e non e a favorire la ripresa delle assunzioni con contratti di lavoro stabili. La riforma degli ammortizzatori sociali, le politiche contro la povertà e il nuovo reddito di disoccupazione condizionato all’impegno a ricercare una nuova occupazione chiudevano il cerchio delle innovazioni necessarie per definire un nuovo modello di diritti e tutele.

Quanto qui è stato velocemente riassunto è molto lontano dall’essere in funzione e soprattutto non è ancora a regime tutta la parte di servizi che riguardano le tutele per chi resta senza lavoro. Come tutti i provvedimenti complessi, le normative discendenti dal Jobs Act (ultimo dei provvedimenti organici di riforma) necessitano di provvedimenti attuativi, manutenzione dei primi provvedimenti avviati, partecipazione coordinate con le Regioni per l’attuazione dei servizi che dipendono dalla responsabilità dai governi regionali.

Il Governo giallo-verde è intervenuto con due provvedimenti che hanno rispettato l’andamento del pendolo, con l’intervento sulla cosiddetta dignità del lavoro e con il ritorno a privilegiare ammortizzatori sociali passivi rispetto alle nuove politiche attive. Con il reddito di cittadinanza si doveva poi avere una grande politica di condizionalità (reddito in cambio di partecipazione a programmi di ricollocazione) che non ha sortito nessun effetto. In poco tempo si sono bloccate le politiche in corso con provvedimenti che non hanno portato nessun beneficio né quantitativo, né qualitativo alla situazione del lavoro nel nostro Paese.

Situazione che apparirebbe come ottimale perché un nuovo Governo che si autodichiara di centrosinistra possa riprendere con forza la strada delle riforme. C’è molto da attuare di norme già scritte, c’è bisogno di buona volontà e decisione organizzativa. In fondo gli scontri ideologici legati alle grandi scelte sono alle spalle e sui temi attuativi si può riprendere un dialogo anche con i sindacati. Invece sul lavoro abbiamo un Governo muto. Incapace di battere un colpo. Siamo ultimi per tasso di occupazione, per tasso di crescita, per ripresa di produttività, questo esce da ricerche nazionali e internazionali. Il ministero del Lavoro pare assente. Non si hanno tracce di provvedimenti attuativi. Il dibattito sui nuovi lavori è confinato ad addetti e studiosi, ma la politica è assente. Il Governo torni a battere un colpo sul lavoro e, almeno il Pd se vuole rendere credibile il suo essere riformista, ponga con forza le priorità del lavoro e della crescita. Si torni a dare centralità al lavoro, se vogliamo dare speranza al futuro.

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