Il “freno” dei sindacati italiani nel pubblico impiego

- Roberto Albonetti

Più che pubblicare i nomi dei sindacalisti o i numeri dei permessi, occorre intervenire su quell’insieme di veti incrociati, che fanno del sindacato un freno alla crescita, impegnato più a difendere una serie di privilegi storici che gli interessi di chi lavora

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Il ruolo del sindacato è quello di difendere gli interessi dei lavoratori, cercando di ottenere condizioni di lavoro migliori e salari più giusti. La loro organizzazione è libera, come sancito dall’art. 39 della Costituzione. In uno Stato democratico non potrebbe essere altrimenti e anche i distacchi sindacali nel settore pubblico, inseriti nell’operazione trasparenza del Ministro Brunetta, sono un diritto riconosciuto, non un abuso.
Nessuno vuole dimenticare i meriti storici delle lotte dei lavoratori. Ma chiedersi quale utilità rivestano i 700mila delegati sindacali, che costano alle casse nazionali quasi due miliardi di euro, è un diritto della collettività. Scoprire che all’Inps esistono un comitato che si occupa della pesca in acqua dolce e un secondo comitato che si dedica a quella in acqua salata lascia giustamente interdetti. Così come stupisce che l’Alitalia sull’orlo del fallimento potesse permettersi di finanziare un comitato per scegliere i nomi dei nuovi aerei della compagnia.

Ma più che pubblicare i nomi dei sindacalisti o i numeri dei permessi, cedendo a istinti forcaioli poco edificanti, occorre analizzare e intervenire su ciò che da tempo ormai paralizza il sistema pubblico. Si tratta di un insieme di veti incrociati, che fanno del sindacato un freno alla crescita, impegnato più a difendere una serie di privilegi storici che gli interessi di chi lavora. E anche la base lo sa bene, dal momento che solo un lavoratore su venti si sente rappresentato dal sindacato e che il 50% degli iscritti è costituito da pensionati. Ma nella pubblica amministrazione, ancora oggi una roccaforte sindacale, consigli, commissioni e comitati doppi o inutili continuano a moltiplicarsi.
Non si tratta solo di uno spreco di risorse, ma di un sintomo grave di anarchia decisionale. Troppo spesso dietro alla parola “governance” si nasconde un accavallarsi disordinato di piccoli e grandi consigli, che spartiscono fondi pubblici, senza però assumersi la responsabilità delle decisioni prese.
Una leadership politica forte è la premessa per far funzionare la nostra pubblica amministrazione, cioè per aprirla alla società, al mercato, alla concorrenza. Chi ha ricevuto da parte dei cittadini il compito di governare deve dialogare con tutte le forze sociali, ma non può lasciare che la concertazione si sostituisca alla responsabilità politica delle istituzioni. Altrimenti continueranno a prodursi decisioni irrazionali di cui nessuno è disposto a rendere conto.


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