SINDACATO/ Il grande inganno che ancora pesa sulla “triplice”

- Giuliano Cazzola

Pubblichiamo la postfazione del volume di GIULIANO CAZZOLA “C’era una volta nel sindacato. Cgil, Cisl e Uil nella Prima Repubblica”

ManifestantiR375

All’inizio di aprile è uscito nelle librerie il volume “C’era una volta nel sindacato. Cgil, Cisl e Uil nella Prima Repubblica” scritto da Giuliano Cazzola, deputato del Pdl, vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera e collaboratore de ilsussidiario.net. Pubblichiamo la postfazione del volume che ripercorre i punti principali dello stesso.

 

Qualche lettore, scorrendo il libro, si sarà chiesto – forse – come abbia potuto, l’autore, risalire lontano nel tempo e ricordare tanti episodi minuti del sindacato di allora. La risposta è abbastanza semplice. Ho conservato, con cura certosina, alcuni libri di altri tempi (oggi probabilmente introvabili) scritti, nei decenni scorsi, da studiosi di vaglia, quando ancora i sindacati erano oggetto di un qualche interesse, perché i loro gruppi dirigenti avevano qualche cosa da esprimere.

Poi, sono rimaste impresse nella mia memoria alcune pagine – lette da giovane disposto, come tutti i coetanei, ad essere ingannato dai cattivi maestri – della “Storia della rivoluzione russa” di Lev Trotsky. In quelle pagine, il leader rivoluzionario, fatto uccidere da Stalin in Messico, racconta con dovizia di particolari una manifestazione di piazza dispersa dalla polizia zarista, soffermandosi a descrivere tanti singoli episodi, ciascuno con i suoi protagonisti, chiamandoli tutti per nome e cognome.

A un certo punto, Trotsky sembra preso da un dubbio; interrompe la narrazione e avverte il bisogno di spiegare al lettore come mai avesse potuto dar conto di tanti particolari, di cui le cronache non avevano mai parlato. Trotsky una spiegazione la dà: lui era in quella piazza insieme ai suoi compagni e può essere buon testimone di quanto è accaduto sotto i suoi occhi. Ebbene sì, anche chi scrive, si parva licet, può ben essere un testimone diretto, avendo ricoperto, per quasi un trentennio (e comunque durante gli anni decisivi della propria vita), importanti incarichi nella Cgil.

Poi, l’evoluzione del pensiero e le convinzioni politiche hanno portato chi scrive nel fronte del centrodestra. Ma forse, invecchiando, rimane un po’ di nostalgia per la “casa paterna”. Prima che venga il momento di affidarsi alla “beata speranza della resurrezione” a chi scrive è venuta più volte la tentazione di riconciliarsi con quel mondo da cui lo divide un sentimento reciproco di odio/amore.

Il fatto è che non riuscirebbe più a sopportare i sindacalisti non come persone (solitamente eccellenti e preparate), ma nella loro ufficialità. Perché è sempre più difficile tollerare una retorica menzognera proposta come linea d’azione politica. Le grandi fedi e religioni sono sempre intessute di una buona dose di menzogna, spesso sotto specie di verità rivelate. Un conto, però, è accettare di mentire in cambio della salvezza eterna, di quel bisogno di un Dio che l’Uomo porta con sé fin dalle origini del mondo; oppure – per rimanere sulla terra – quale corollario della promessa di una società migliore in cui non ci siano più sfruttati e sfruttatori.

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO

Di Vittorio e i compagni di altri tempi credevano in tale visione. Gian Carlo Pajetta, un dirigente del Pci che aveva trascorso la giovinezza nelle carceri fasciste, disse una volta che tra la verità e la rivoluzione lui avrebbe scelto comunque la rivoluzione. Ma, oggi, quando si è ormai condivisa la conclusione di Candide e si è compreso che viviamo tutti nel migliore dei mondi possibili, perché proseguire nella menzogna, perché continuare a raccontare ai lavoratori che va perseguito un diverso “modello di sviluppo e di società”, anche se non lo si chiama più socialismo?

 

I sindacalisti sono persone serie, che sanno come gira il mondo e sono assolutamente consapevoli di mentire. A se stessi prima di tutto. Loro hanno capito che il “sole dell’avvenire” non sorgerà mai più, che, quello sorto, è stato soltanto un “sole ingannatore”. E che alla fine dell’orizzonte c’è un nuovo orizzonte, poi un altro ancora per una serie infinita di volte. Fin che il sol risplenderà sulle sciagure umane.

Perché il saggio termina nel 1993? Per rispondere al lettore che dovesse porsi questa domanda l’autore rievoca un episodio di cui fu protagonista il grande Arturo Toscanini. Chiamato a dirigere la “Turandot” alla Scala, il Maestro lasciò cadere la magica bacchetta del direttore d’orchestra nel punto esatto in cui Giacomo Puccini aveva finito di comporre l’opera, prima di morire.

 

Si rivolse al pubblico e disse: “Qui l’ha lasciata Puccini”. Più che uno storiografo, l’autore è stato soltanto un testimone “informato dei fatti” che ha raccontato in questo saggio (scritto sul filo della memoria, con la comprensione di Alessandra e con l’assistenza – silenziosa, ma vigile – della gattina Camilla). Cosa altro aggiungere che valesse la pena di essere letto? L’epoca dei “Gattopardi” e dei “Leoni” è finita nel 1993. Il resto è solo cronaca.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori