GOVERNO MONTI/ L’esperta: sul lavoro femminile il Prof rischia di sbagliare strada

- int. Paola Liberace

Quali sono i punti che il governo Monti e il neo ministro del Welfare dovranno tenere in considerazione perché le donne abbiamo effettiva libertà di scelta? Ce lo spiega PAOLA LIBERACE

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Defiscalizzazione e conciliazione: sono questi i pilastri che, a quanto si è evinto dal discorso in Senato di ieri, animeranno le politiche sociali del governo Monti indirizzate all’inclusione delle donne nel mercato del lavoro. «Resta da capire come si passerà dalle parole ai fatti; a seconda della strategia che si deciderà di seguire, gli effetti sortiti potrebbero essere opposti», è il commento di Paola Liberace, giornalista esperta di tematiche relative al mondo del lavoro femminile interpellata da ilSussidiario.net. Sta di fatto che pare che il neo presidente del Consiglio sia seriamente intenzionato a dare grande spazio alla questione. In precedenza, aveva tenuto a sottolineare come, nel corso delle consultazioni, avesse convocato, per la prima volta, anche le rappresentanti del mondo femminile. «L’accenno di Monti, nel discorso al Senato, sull’inclusione e sulla permanenza delle donne nel mercato del lavoro – continua la Liberace -, era, in parte, prevedibile; ignorare il problema, oggi, sarebbe stato un azzardo. Si tratta, infatti, di un’esigenza che nessuno può disconoscere». Va da sé che ciò che farà la differenza sarà il modo in cui tali obiettivi saranno perseguiti.

«Staremo a vedere se le politiche sociali varate in nome delle donne imporranno loro delle scelte piegate, di fatto, a ragioni presentate come quelle dell’economia o se, effettivamente, sarà introdotta la libertà di scelta». Due visioni decisamente distanti tra di loro. «Nel primo caso, si tratterà della continuazione delle logiche che, a oggi, hanno, in via maggioritaria, determinato le politiche sociali per il lavoro femminile, finalizzandole unicamente alla vigente organizzazione del lavoro, ed escludendo tutte le altre esigenze vitali. Nel secondo, sarà riconosciuta, invece, la libertà di dedicarsi, accanto al lavoro, ai bisogni affettivi ed emotivi». Il che, implicherà una serie di provvedimenti appostiti.

«Occorrerà, allora, adottare un “set” di strumenti per la conciliazione che non siano a “senso unico”. Significa che alla delega educativa, all’orario prolungato, all’incremento del numero degli asili nido, o ai campi estivi per i bambini, andranno affiancate una serie di misure che consentano di investire sulla propria famiglia». Qualche esempio? «Tali misure vanno dalla flessibilità lavorativa (il primo requisito indispensabile per conciliare famiglie e lavoro), a un sistema simile ai voucher per i servizi di cura, che dovrebbero essere convertibili in una sorta di assegni familiari laddove si decidesse di tenere in casa il servizio di cura e non affidarlo ad esterni. Sia nel caso dei bambini che degli anziani». Un altro punto che caratterizzerà l’azione dell’esecutivo, sarà la modifica del sistema pensionistico.

«Non vi è ragione – spiega – perché l’età femminile debba rimanere più bassa rispetto a quella degli uomini. Si tratterebbe di una sorta di compensazione risarcitoria: dal momento che la donna si è dovuta dedicare anche alla famiglia, nel corso della sua vita lavorativa, le vengono restituiti degli anni al termine di essa». Secondo l’esperta, sarebbe più intelligente contemplare un’altra ipotesi: «Meglio dare questo tempo in più durante la carriera, e non alla fine. Ad esempio, con dei periodi di congedo dedicati non solamente alla formazione – come oggi prevede la legge – ma per dedicarli alla cura della famiglia, per le esigenze più svariate, come un bambino piccolo o un parente anziano. Oggi, infatti, ciò di cui hanno più bisogno le donne è il tempo. Perché non darglielo quando loro ne hanno maggiore esigenza?». 



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