IL CASO/ 1. Giovani senza lavoro per colpa di un “oggetto smarrito”

La scuola dovrebbe ritrovare un collegamento con il lavoro. Ma entrambi questi mondi, spiega MATTEO FOPPA PEDRETTI devono riscoprire l’importanza di un fattore importante per i giovani

15.07.2011 - Matteo Foppa Pedretti
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Se c’è una cosa che l’articolo di Luca Valsecchi pubblicato su queste pagine il 4 luglio scorso mostra molto bene è la grande somiglianza tra il compito di insegnare e quello di orientare i giovani e di formarli accompagnandoli al lavoro.

Compiti che si assomigliano moltissimo nello scopo (entrambi sono finalizzati alla realizzazione di un’altra persona secondo le sue potenzialità), nelle condizioni necessarie per poterli svolgere (sia in un caso che nell’altro occorrono adulti testimoni di senso rispetto all’esperienza che l’altro fa, l’emersione dell’evidenza dell’utilità di questa esperienza per sé e per il mondo, il nesso con la realtà e il suo significato, una dinamica dialogica fatta di autorità/autorevolezza e di fiducia/libertà) e perfino nei pericoli di deviazione e di riduzione a cui sono sottoposti.

Sul fatto che l’insegnamento rischi di diventare la giustapposizione di contenuti e informazioni stipati nello studente o l’inseguimento di metodologie e tecniche organizzative credo si sia già detto molto, se non abbastanza. Ma se Atene (la cultura e l’istruzione) piange, Sparta (la dura lotta del lavoro e la battaglia per la sopravvivenza economica, soprattutto in tempi di crisi) da questo punto di vista non ride. Orientamento e formazione continua (soprattutto quella manageriale) offrono talvolta uno sconfortante spaccato della cultura del lavoro di oggi, fatta di tecniche di adattamento della persona, di scorciatoie metodologiche e didattiche, di psicologismi, di antropologie eclettiche di dubbia provenienza, ecc.

In diverse occasioni mi è capitato di dire o scrivere che una mossa necessaria alla scuola per uscire dalla sua crisi – prima di tutto di senso – è recuperare un’alleanza con tutte quelle realtà che per loro natura costituiscono un’occasione di educazione per un ragazzo, in primis con il lavoro. Ne sono sempre convinto, corroborato in questo dal fatto, sottolineato più volte nel già citato articolo di Valsecchi ed evidenziato in molti commenti agli sconfortanti dati Istat sulla dispersione scolastica italiana [], che l’esperienza lavorativa costituisca per molti cosiddetti Neet (Not in Education, Employment or Training) l’occasione per un riscatto personale, prima ancora che sociale e culturale.

Ma per rispondere appieno alla sfida lanciata da Valsecchi alla fine del suo articolo (“Insegnamento, orientamento, formazione, lavoro: è possibile che i protagonisti di ciascun settore lavorino di più insieme, coordinandosi e sviluppando proposte sinergiche per il bene dei nostri giovani?”) occorre andare al cuore del problema, nel centro della riduzione che tanto la scuola quanto il lavoro corrono come rischio mortale: la sparizione (abolizione?) dell’esperienza. E andarci insieme.

[1] Cfr. la citazione di Gustavo Pietropolli Charmet in M. Foppa Pedretti, .

L’esperienza, lo sappiamo, è un fatto giudicato. Giudicato secondo la sua utilità, il suo senso e il suo valore (che può essere morale, sociale, economico, di conoscenza). Giudicato a partire dai criteri che costituiscono l’incomprimibile consistenza di quello che siamo: l’esigenza di bellezza, di verità, di giustizia, di libertà.

Se è vero che, come osserva MacIntyre, la perdita di senso si produce quando la fatica e il tempo dell’imparare si giustificano esclusivamente in ragione dello step successivo nella conoscenza, è altrettanto vero quello che ricorda Jozef Tischner riguardo al lavoro privo di senso: “La gente si reca sul posto di lavoro e vi svolge coscienziosamente il proprio compito. Il suo lavoro individuale porta frutto. Però, gli effetti individuali del lavoro non concorrono a formare un tutto. L’epoca moderna, come è noto, ha operato la scomposizione del lavoro in parti, per moltiplicare in questo modo la quantità e migliorare la qualità del lavoro. A un certo punto avviene qualcosa di strano: le parti cessano di adattarsi l’una all’altra, ci sono i frammenti, ma non c’è unità; c’è un’orchestra, ma i suoni individuali non si amalgamano a formare una sinfonia”[]. Queste parole valevano per il modello tayloristico classico dell’economia socialista, e valgono per il nostro attuale modello capitalistico post-industriale e proceduralizzato.

Tischner procede: “Si ha una disgregazione della struttura fondamentale del lavoro. Il senso del lavoro è andato smarrito”. L’unica soddisfazione rimane quella, particulare e sempre più eventuale di questi tempi, della remunerazione economica. Rimane l’azione, ma viene meno il giudizio (un po’ come accade allo studente smarrito che non sa quello che fa, ma porta a casa un bel voto). Vien meno la corrispondenza della propria azione a un significato complessivo, sostituito con un criterio alieno (e alienante?): i soldi, il voto, la carriera, la promozione, ecc.

 

[2] J. Tischner; Etica del Lavoro, CSEO Edizioni 1982.

Ma l’uomo che lavora, come lo studente, sa bene che “in tale situazione ogni lavoro parziale è soltanto uno spreco di energie e di materiali”. Scuola e lavoro (orientamento, formazione, training on the job, ecc.) si trovano alleati contro questa disgregazione della loro struttura fondamentale: il venir meno del significato unitario e personale di ciò che si fa, che avviene attraverso la scomparsa della rilevanza dell’apporto di ognuno al lavoro dell’altro. Per la scuola questo significa che il lavoro dello studente in realtà non serve a nessuno e meno che mai all’insegnante; per il lavoro, che l’apporto di ognuno è in realtà fungibile, perché misurato e non accolto (e quindi anche misurato, ma non solo…).

È il venir meno di una struttura profondamente dialogica, declassata nella scuola a dibattito e spesso a chiacchiera da bar, e sul lavoro a negoziazione. L’alleanza tra scuola e lavoro dunque passa necessariamente attraverso il recupero della dimensione del lavoro-dialogo come condizione, o meglio conditio sine qua non: il lavoro dunque non è solo lo scopo o il fine della scuola o dell’orientamento, ma va recuperato nella sua essenza come loro intima struttura di significato.

La sfida che lancia Valsecchi si fa dunque interessantissima: per il bene dei nostri giovani (e non solo per loro, ma per tutti quelli che lavorano) occorre educare, orientare, fare emergere criteri di scelta e di orientamento e darne ragione, strumentare e rendere capaci di operare concretamente al fine di poter davvero fare esperienza di un lavoro che ridesti la domanda di ciò che ognuno desidera.



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