PENSIONI/ Olivelli: lavorare fino a 67 anni? Per l’Italia e l’Ue non ci sarà alternativa

- int. Paola Olivelli

PAOLA OLIVELLI spiega perché l’aumento dell’età pensionabile,anche fino a 67 anni, come ha suggerito Berlusconi,  è un provvedimento necessario per tutti i Paesi dell’Unione Europa.

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Le pensioni, in Italia, graveranno sempre di più sul bilancio pubblico. Con il rischio che le generazioni future e i giovani di adesso si troveranno con assegni sempre più ridotti. Fino a quando, se certe condizioni si protrarranno, non spariranno del tutto. Berlusconi si è detto convinto che l’unica strada per scongiurare l’eventualità sia quella di aumentare l’età pensionabile sino a 67 anni. Si trova d’accordo con l’ipotesi Paola Olivelli, professoressa di Diritto del Lavoro presso l’Università di Macerata che, interpellata da ilSussidiario.net, spiega: «Non c’è alternativa: l’aumento della vita media, tra gli fattori, fa sì che gli anziani vivano 20-25 anni sulle spalle dei giovani. E questo non è più possibile».  In missione a Bruxelles, Berlusconi ha proposto al presidente del Consiglio EuropeoHerman Van Rompuy, di intervenire. Con un provvedimento che imponga agli Stati membri l’aumento. I governi, infatti, sanno che la misura sarebbe politicamente esiziale. Ma, se si trattasse di un dovere da assolvere in ossequio all’Ue, nessuno avrebbe alcunché da obiettare. «Una legge – precisa subito la Olivelli -, l’Europa, non puo’ farla. Non è materia in cui l’Unione possa intervenire attraverso una direttiva.  Tutt’al più può esortare gli Stati membri a procedere con una legge, ma – per una questione di sussidiarietà verticale – non ha il potere di imporla; la previdenza e l’età pensionabile, non sono di competenza europea». Eppure, l’adeguamento dell’età pensionabile per le donne a quella degli uomini, ce l’ha imposta l’Unione. «Si tratta di una questione diversa – spiega la Olivelli -. In  quel caso, infatti, non ha stabilito a che età le persona possano andare in pensione, ma ha obbligato l’Italia a rispettare le norme sulla parità di genere». In effetti, la sentenza del 13 novembre 2008 della Corte di giustizia europea stabilì che «la diversa età di accesso alla pensione nel pubblico impiego rappresenta una discriminazione inaccettabile», dal momento che risulta contraria all’articolo 157 del Trattato Ue che stabilisce, per i Paesi che ne fanno parte, la parità retributiva tra uomo e donna. Tornando all’età pensionabile, «l’unico strumento che ha l’Unione europea perché gli Stati membri l’aumentino – dice – è quello del Coordinamento aperto. Attraverso il quale, tuttavia, è possibile solo stabilire linee di indirizzo,  rivolgere inviti e ammonimenti». 

Che il problema esista è un fatto indiscutibile: «per tutti gli Stati dell’Unione un tale aumento è improcrastinabile. A causa dell’incremento della popolazione anziana, e dello stallo demografico». E, in Italia, come in tutte le altre Nazioni europee, «almeno in seno all’Europa dei 15, vige il sistema a ripartizione dove, in sostanza, i giovani pagano le pensioni agli anziani». Berlusconi si era detto convinto che l’età pensionabile possa essere portata, addirittura, a 67 anni: «la vita media si è spostata in alto e così anche la capacità di lavoro, ma non parlo dei lavori usuranti». Usuranti o meno, sembra un soglia davvero elevata. «Non c’è alternativa: gli anziani di oggi vivono a spese di giovani che hanno lavori precari, non sanno se troveranno mai un impiego fisso, hanno stipendi ridotti e non sanno se prenderanno mai la pensione. Credo che 65 anni sia un’età giusta. 67 lo è anche. Bisogna capire che lavoro svolgono, ovviamente. Ma è esperienza comune conoscere 67enni che sono tuttora in grado di lavorare tranquillamente».







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