IL CASO/ Dal lavoro un “olio” per guarire dalla crisi

Il remunero del lavoro, spiega MAURO ARTIBANI, non può essere considerato solo un costo da ridurre, altrimenti l’Italia rischia di dire addio alla tanto desiderata crescita

14.04.2013 - Mauro Artibani
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L’occupazione è la priorità, ma le prospettive per la crescita e il mercato del lavoro preoccupano. Lo afferma il Fondo monetario internazionale. Nel mondo ci sono 200 milioni di disoccupati, con il tasso di disoccupazione fra i giovani allarmante in alcuni paesi. Il tasso di occupazione a livello globale è al 60%, ai minimi da due decenni. 60%? Se la crescita si fa con la spesa e per fare quella spesa occorre disporre di reddito del quale non dispongono quei 60, cosi come non ne dispongono in maniera sufficiente gli altri 40 afflitti da lavoro precario, quelli inattivi disponibili a lavorare e i sottoccupati part-time, chi potrà fare la spesa? Senza andare troppo per il sottile, poi, occorre prendere atto che alla compressione dei redditi concorrono quegli stessi 60 che stanno lì a fare pressione sul mercato del lavoro.

C’è pure dell’altro: non potendo, per mestiere, le imprese rinunciare al miglioramento della produttività dei fattori, spingono l’automazione dei processi così come spingono per la riduzione del costo del lavoro. Tentare di erogare, nell’ingorgo di questi processi, il liquido monetario sufficiente a lubrificare il meccanismo dello scambio domanda/offerta risulta giustappunto un’impresa.

Orbene, se il remunero del lavoro verrà considerato solo un costo da ridurre senza se, senza ma, si rischia di grippare. Sì, perchè se la produttività misura la virtù dell’impresa nel fare la migliore offerta al mercato, occorre poi disporre la vendita per intero di quanto offerto, altrimenti vien fuori il vizio. Giustappunto, se i redditi, erogati dalle imprese a chi lavora per produrre merci, risultano insufficienti a smaltire quanto prodotto, occorre acquistare la domanda non domandata, magari riducendo il prezzo di quei prodotti. Un modo per rifocillare il potere d’acquisto, proprio quello che spende. Sorbole, si può tornare a competere, far risplendere la produttività dell’Impresa e magari pure crescere.

Questo, con il permesso di Lorsignori, s’ha da fare per far sì che non accada più quel che l’Istat mostra: il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito nel 2012 del 2,1%. Nel solo quarto trimestre il calo è stato dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti e del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2011. Tenuto conto dell’inflazione, il potere di acquisto delle famiglie consumatrici è sceso nel 2012 del 4,8%. Si è trattato del più forte calo da quando hanno avuto inizio le serie storiche, ovvero dal 1990.

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