SINDACATI E POLITICA/ La maglietta “scomoda” per l’Italia

- Giuseppe Sabella

La partecipazione dei lavoratori nella gestione dell'impresa sembra impossibile da realizzare in Italia. Eppure altrove è una bella realtà. Il commento di GIUSEPPE SABELLA

Vw_IgMetallR439 Immagine dal web

Il leader della Fim-Cisl, Marco Bentivogli – unica figura capace di rompere gli schemi del salotto della TV in cui la voce del sindacato fino a ieri è stata quella di Maurizio Landini -, da tempo si spende per sostenere la partecipazione dei lavoratori come nuovo orizzonte del lavoro.

In Italia, lo sviluppo di pratiche di coinvolgimento e partecipazione dei lavoratori nella gestione dell’impresa è stato molto impedito dalla visione antagonistica dei rapporti tra capitale e lavoro che ha prevalso nella storia e nella cultura delle nostre relazioni industriali. Proprio per questa conflittualità, il sistema datoriale italiano, contrariamente a quello tedesco per esempio, non sollecita tale coinvolgimento.

Naturalmente, sono solo le aziende medio-grandi a investire in strumenti di partecipazione che sono soprattutto strumenti finanziari – come le stock option – che servono a fidelizzare il lavoratore rendendolo partecipe di un rischio, rispetto alle eventuali azioni della società e quindi del suo valore economico. Lo scopo da un lato è di fidelizzare il lavoratore, dall’altro è quello di renderlo partecipe e di migliorare così la produttività dell’azienda che beneficia anche di qualche sgravio fiscale.

Esistono, naturalmente, anche modalità di mera partecipazione sindacale, in cui le rappresentanze partecipano alle scelte strategiche dell’azienda, ma da questo punto di vista l’Italia è molto indietro. E anche il peculiare tessuto produttivo (composto nel 98% da Pmi) non facilita pratiche di questo genere, più tipiche della grande impresa – non a caso piuttosto sviluppate in Germania.

Le aziende italiane restano tuttavia piuttosto restie ad aprire le scelte dell’azienda alla partecipazione dei lavoratori. Va detto che in molti casi, da parte delle medesime aziende, non si registra grande disponibilità alla trasparenza nei confronti dei propri lavoratori.

Un’iniziativa legislativa su questo versante potrebbe essere fautrice di notevole chiarezza, a partire dall’imprescindibile prerogativa dell’imprenditore e delineando un quadro normativo in cui distinguere le diverse tipologie e finalità della partecipazione che, è bene ricordare, riguarda i lavoratori in quanto tali e non le loro rappresentanze.

In un’economia avanzata come quella tedesca, la partecipazione dei lavoratori non è una mera pratica, ma è una cultura. I sindacati siedono ai vertici dell’azienda e ne partecipano delle scelte strategiche. I consigli di fabbrica approvano le assunzioni come i licenziamenti (in questo caso sanno che le politiche di ricollocamento in Germania non sono solo nei libri di testo). È questa cogestione che garantisce buoni salari e buone condizioni di lavoro; ma soprattutto è questo quadro che permette alle imprese di diventare grandi, e la diffusione della grande impresa è il tratto distintivo di un’economia avanzata.

Ai primi di ottobre, in occasione dell’assemblea più partecipata da decenni nella sede della Volkswagen, il sindacato IG Metall (a Wolfsburg hanno oltre il 90% di iscritti) ha distribuito una maglietta con la scritta “un’azienda, una famiglia”. È immaginabile una cosa del genere in Italia?

 

Twitter @sabella_thinkin







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