MANOVRA 2015/ Sud, gli incentivi “nocivi” per il lavoro

- Massimo Ferlini

Il mercato del lavoro nel Sud Italia continua a restare in condizioni critiche. Per MASSIMO FERLINI occorre qualcosa di diverso rispetto agli incentivi sulle assunzioni

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I dati del mercato del lavoro nel Mezzogiorno restano molto negativi anche durante questo ultimo semestre che ha pure indicato a livello nazionale una ripresa dell’occupazione e una diminuzione della disoccupazione. Il Sud continua ad avere un tasso di occupazione complessivo molto basso, quasi 25 punti in meno del target fissato dall’Europa. Si inizia a lavorare in età avanzata e i ritiri dal mercato del lavoro sono 4-5 anni dopo la media del Nord. La vita lavorativa risulta così compressa negli ultimi 25 anni delle età lavorative.

Il tasso di occupazione femminile è meno della metà di quello registrato nelle regioni settentrionali ed è in calo da almeno due anni prima dell’esplosione della crisi economica internazionale. La disoccupazione rimane più alta che nelle altre regioni e il peso di quella giovanile è molto maggiore di quanto avviene in altre aree economiche. Questa situazione del mercato del lavoro si riflette ovviamente in una struttura del tessuto sociale che vede ancora dipendere da diverse forme di sussidio pubblico un rilevante numero di famiglie.

In questo quadro, le proposte demagogiche di distribuire un salario sociale o di battezzare in forma nuova sussidi pubblici di puro assistenzialismo senza imprimere una svolta alle politiche del lavoro sono diventate una scelta anche per molti Presidenti di regione che dovrebbero invece impegnarsi per una nuova fase di crescita economica del loro territorio.

Il governo, nell’ambito della Legge di stabilità, sta invece valutando se mantenere una situazione differenziata nelle regioni meridionali per gli sgravi fiscali a favore delle nuove assunzioni con contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Stante la situazione sociale, tale manovra viene accompagnata da nuove misure di aiuti alle fasce più povere attraverso sostegno al reddito che dovrebbe essere accompagnato da percorsi di occupabilità e inserimenti lavorativi.

Al di là del dibattito sulle risorse da impegnare e sulla compatibilità con i vincoli finanziari, possiamo valutare l’efficacia delle misure proposte accettando come indispensabile un impegno straordinario per le regioni meridionali. Non si possono slegare le scelte che saranno fatte dal ribadire con chiarezza che l’obiettivo deve essere “work first”. Cioè, l’obiettivo di tutte le scelte deve essere quello di favorire “prima di tutto il lavoro”, ossia un accompagnamento anche con sostegni al reddito ma che porti a un’autonomia economica dei nuclei famigliari che passi attraverso una ripresa occupazionale.

Per questo il sostegno fiscale ad assunzioni attraverso i nuovi contratti è un fattore secondario. Tale intervento porta a creare stabilità lavorativa, ha assicurato inserimenti lavorativi con maggiori tutele, ha chiuso una fase di eccesso di dualismo nel nostro mercato del lavoro, ma, come spiegano tutte le ricerche economiche, contribuisce scarsamente a creare nuovi posti di lavoro.

Nel Mezzogiorno il problema principale è fare crescere la domanda di lavoro in termini assoluti. Per questo ci vogliono nuovi investimenti pubblici e privati. Per quanto riguarda i primi è indispensabile un piano di investimenti in infrastrutture. Non solo per operare una politica keynesiana di ripresa della domanda, ma anche perché il ritardo del Sud nella rete di trasporti e di telecomunicazioni merita un investimento per recuperare il tempo perduto. E se le regioni non fossero in grado di assicurare livelli di spesa compatibili con gli obiettivi, si attuino interventi sussidiari tramite agenzie nazionali, ma si accelerino i processi di investimenti.

Per quanto riguarda invece il ruolo dei privati, oltre al sostegno fiscale per le assunzioni servono politiche che rendano conveniente aprire sedi produttive nel Mezzogiorno. Contano i vantaggi fiscali, ma sono determinanti anche politiche contrattuali che puntino sulla produttività e una disintermediazione della Pubblica amministrazione ancora più decisa di quanto si sta operando sul piano nazionale.

Com’è evidente, nessuno dei soggetti può solo chiedere. Enti locali, imprenditori e forze sindacali devono incontrarsi assumendosi nuove responsabilità per perseguire un obiettivo importante come la crescita economica del Mezzogiorno. Ognuno per la sua quota di responsabilità sociale deve mettere in discussione abitudini consolidate che vivevano solo intorno a politiche redistributive, mentre vi è oggi la priorità di porsi obiettivi di crescita e poi di assicurare equità distributiva a partire dal lavoro. La politica, locale e nazionale, può favorire questo processo se si pone al servizio di quanto si mette in moto. Può favorire un nuovo clima sociale se sceglie di sostenere fiscalmente gli investimenti, se semplifica tutti i processi autorizzativi, se favorisce il reinvestimento dei profitti, se crea una rete di servizi al lavoro capace di affrontare i temi sociali attraverso nuova occupazione.

Se invece opera scelte diverse, se ritiene che l’esercizio del potere è nel controllo delle risorse esistenti e nella distribuzione clientelare si schiera con il vecchio blocco di potere del Mezzogiorno che ha bloccato processi di modernizzazione e di crescita economica. Che venga da destra o da sinistra sarebbe una scelta conservatrice che condannerebbe il Sud a un perenne periodo di sottosviluppo fatto di lavoro nero e sussidi sociali per campare.

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