Riforma Pensioni 2015 / Lamonica (Cgil): così possiamo cambiare la Legge Fornero nel 2016

- int. Vera Lamonica

Per VERA LAMONICA, una riforma delle pensioni che cambi la Legge Fornero è indispensabile, a partire dalla flessibilità a 62 anni e da Quota 41 per i lavoratori precoci

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Elsa Fornero (Infophoto)

«Le pensioni vanno ripensate a partire dai giovani». Ad affermarlo è Vera Lamonica della segreteria generale della Cgil. La Camera del lavoro, insieme a Cisl e Uil, ha presentato una piattaforma unitaria sulle pensioni e il 17 dicembre scorso ha convocato gli attivi dei quadri a Torino, Firenze e Bari. La legge di stabilità, approvata dalla commissione Bilancio della Camera dei deputati, non interviene sulla riforma Fornero. Due i principali interventi contenuti nella legge di bilancio: la settima salvaguardia per gli esodati e Opzione Donna. Quest’ultima consente di andare in pensione dopo 35 anni di contributi se una lavoratrice dipendente ha 57 anni e 3 mesi di età o se una lavoratrice autonoma ne ha 58 e tre mesi.

Lamonica, all’indomani dell’ok della Camera alla Legge di stabilità, quali sono le vostre proposte in materia di pensioni? La legge di stabilità non ha toccato il tema pensioni, se non per quanto riguarda esodati e Opzione Donna. Per noi rimane essenziale che il governo affronti il tema fin da quest’anno. Pensiamo che il 2016 debba aprire questo confronto con l’obiettivo di cambiare il sistema previdenziale. La Cgil inoltre non propone un ritocco alla legge Fornero, bensì modifiche di sostanza. Nella nostra piattaforma facciamo molto riferimento ai giovani e a tutto quel lavoro precario, discontinuo e intermittente che rischia di non portare a una pensione rispettabile in un’età decente.

In che modo va cambiata la legge Fornero? A partire dal principio della flessibilità, la cui necessità ormai è riconosciuta da tutti come uno strumento indispensabile. Questo in qualche modo riaprirebbe una parte del turn-over rispetto ai giovani. Inoltre il sistema che abbiamo creato, con l’aggancio automatico all’attesa di vita e l’età di accesso in continua crescita, purtroppo crea una situazione sociale insostenibile.

Come ritenete che vada modulata la flessibilità? La flessibilità deve partire dai 62 anni e non deve essere pagata dai lavoratori. Con il sistema contributivo è evidente che chi va in pensione prima comunque perde un pezzo del valore della sua pensione. Paga quindi già un prezzo e non c’è bisogno di penalizzarlo ulteriormente. La flessibilità quindi non va fatta a carico dei lavoratori, né tantomeno con un ricalcolo con il sistema contributivo perché significherebbe un nuovo taglio. Proponiamo una soluzione per i lavoratori precoci, perché pensiamo che dopo 41 anni di contributi uomini e donne possono e devono andare in pensione indipendentemente dall’età e senza penalizzazioni.

Come adattare le pensioni a un mondo lavorativo notevolmente cambiato?

La realtà del mercato del lavoro è molto diversa rispetto ad alcuni decenni fa. Proprio per questo proponiamo un intervento sulle “carriere fragili”. Occorre un approccio diverso ai periodi di disoccupazione, come pure rispetto al lavoro di cura delle donne. I Paesi europei riconoscono dal punto di vista previdenziale un valore per la maternità e per l’assistenza ai non autosufficienti. Questo sistema così com’è va corretto. Noi non proponiamo soluzioni tecniche, perché queste ultime possono essere di diverso tipo. L’importante è che si apra un confronto e che si condivida un punto: questo sistema così com’è è ingiusto e insostenibile dal punto di vista sociale.

 

Che cosa proponete per i giovani?

Il primo problema del Paese è che bisogna trovare lavoro per i giovani e mandarli a lavorare, in quanto la previdenza è sempre lo specchio del mercato del lavoro. Il lavoro dei giovani deve essere maggiormente tutelato anche dal punto di vista previdenziale. In secondo luogo non possiamo avere un sistema contributivo puro disegnato come una sorta di salvadanaio, in base a cui uno prende esattamente quanto ha versato.

 

In concreto come farebbe?

Noi pensiamo a una previdenza che, essendo un sistema di welfare, deve anche mantenere un tasso di solidarietà interna. Il vecchio sistema prevedeva per esempio l’integrazione al minimo. Nel futuro sistema contributivo non esiste nessun tema relativo alla solidarietà e alla redistribuzione. In un sistema a ripartizione, dove sono quanti lavorano a pagare le pensioni, va ricostruito un pezzo di solidarietà.

 

(Pietro Vernizzi)

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