REDDITO MINIMO/ Il (vero) metodo che può aiutare i disoccupati

Venerdì scorso a Cosenza si è tenuta una manifestazione di Area riformista a sostegno dell’introduzione del reddito minimo anche in Italia. Il commento di STEFANO LOCATELLI

11.05.2015 - Stefano Locatelli
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Alla manifestazione per l’introduzione del reddito minimo svoltasi venerdì scorso a Cosenza, il rappresentante di Sel Marco Furfaro, nel suo intervento, ha detto che “la precarietà non è un problema legato alla contrattualistica, ma è aver lasciato da sole le persone”.

Non essere lasciati soli. Questo è il tema. Per fare fronte a questo problema, si possono, anzi si devono attivare le politiche anche finanziarie, ma soprattutto occorrono modalità operative. Non si risolve la situazione con un sostegno economico, pur necessario: bisogna accompagnare le persone, e non solo nel momento del bisogno impellente ed evidente.

Se il nostro Paese avesse investito nella formazione continua, forse tante persone non si sarebbero trovate nude e disarmate nell’affrontare la crisi che dal 2008 continua a distruggere posti di lavoro. Non essere lasciati soli è anche la modalità che può prevenire l’uso distorto delle risorse messe a disposizione delle persone. Un accompagnamento non assistenziale ma di pro-attivazione.

Alcune Regioni, amministrazioni regionali, assessorati al Lavoro potrebbero rispondere che nella loro leggi è prevista la “presa in carico”. Anche nel Programma europeo Garanzia Giovani è prevista la presa in carico. Purtroppo questa “azione”, in molti casi, è un solo e semplice adempimento amministrativo e burocratico. Dopo un’ora di colloquio con la persona in cerca di occupazione scatta l’adempimento amministrativo, il time sheet e il report. Poi ci sono altri servizi che prevedono l’ulteriore adempimento amministrativo, time sheet, report, ecc.

Il vero rischio è obbligare le realtà, che prima con il Pacchetto Treu poi con la Legge Biagi, sono state riconosciute come operatori del mercato del lavoro, a diventare soggetti di burocrazia, cioè aver imposto ai soggetti privati, multinazionali od operatori sociali, le deviazioni amministrative dei Centri per l’impiego. In questo modo si torna a strutture pagate, magari in parte a risultato, ma che non hanno le risorse per accompagnare le persone nella ricerca attiva del lavoro, perché il costo amministrativo non permette un vero accompagnamento.

Come se ne può uscire? I regolamenti europei, tanto utilizzati dalla burocrazia per dire non si può fare, prevedono la possibilità di snellire e semplificare. I costi standard sono stati riconosciuti dal regolamento CE 396/2009, l’ammissibilità dei costi standard basati sul risultato è stata approvata dalla Commissione europea quattro anni fa (“nota COCOF 09/0025/04-IT”, versione definitiva del 28/1/2010). Quindi, le pubbliche amministrazioni con delega ai servizi per il lavoro devono ammodernarsi, devono cercare le soluzioni che sono possibili per accompagnare le scelte della politica nell’affronto dei problemi di tante persone che vivono in condizioni di povertà.

Il costo standard e il conseguente adeguamento dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) possono essere l’infrastruttura su cui gestire il reddito minimo, che non è, non può essere una politica passiva, ma un investimento della fiscalità pubblica per la promozione della buona occupazione. Questo vale anche per le risorse gestite dai fondi paritetici interprofessionali gestiti dalle parti sociali.

Gli operatori del mercato del lavoro devono uscire da un contesto di autoreferenzialità. Dobbiamo essere coscienti che “trattare una persona” non può essere equiparato a trattare un bullone. “One Man Show” non serve nel mercato del lavoro, per un semplice motivo: ogni persona è diversa, “visti da vicino nessuno è normale”. Negli anni ‘80, i Centri di solidarietà che per alcuni erano realtà “fuorilegge” perché permettevano ai disoccupati di farsi compagnia e aiutarsi a trovare un’occupazione, hanno introdotto un metodo, farsi compagnia per affrontare un problema, nell’affronto del bisogno.

Questo metodo non è riconosciuto come strumento di politica attiva, anche se, probabilmente è il più utile. Non è riconosciuto perché è difficile registrarlo in un time sheet, in un report o in un registro. Ma è il metodo: cercare un posto di lavoro è un lavoro.

Bisogna permettere una flessibilità amministrativa, all’interno delle regole, in quanto è possibile adeguare i servizi necessari ai bisogni reali espressi dalla realtà, valorizzando le buone pratiche e, in attesa della definizione delle competenze amministrative e legislative e della costituzione delle agenzie nazionali, permettere alle amministrazioni locali, responsabili, attente ai problemi contingenti, di sperimentare un piano per il lavoro che tenga conto dei bisogni delle persone.

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