PENSIONI E LAVORO/ Contratti dello sport, un dossier da non dimenticare

- Lamberto Milani

Cresce l’uso del contratto di collaborazione sportiva. Ma spesso con abusi che portano a situazioni non positive per i lavoratori, spiega LAMBERTO MILANI

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Il nuovo Governo, qualunque esso sia, farà bene a non trascurare i temi del lavoro e delle pensioni. E anche ad osservare l’aumento dei contratti di collaborazione sportiva. Negli ultimi anni, infatti, i lavoratori che vengono retribuiti con questa forma contrattuale sono cresciuti. E non perché siano aumentate le società sportive dilettantistiche in Italia. Il fatto è che, com’è stato anche ricordato dalla Slc-Cgil di Milano, la legge nazionale riconosce come tali “quasi tutti i soggetti attivi nel settore”, comprese piscine e palestre. Non è difficile immaginare quindi che bagnini, istruttori e personal trainers lavorino con questi contratti (le stime del Coni parlano di oltre un milione di occupati nel settore). Ma non mancano, purtroppo, i casi di abusi: anche impiegati, tecnici e manutentori di queste strutture vengono retribuiti, magari solo in parte, con una collaborazione sportiva. Non di rado, viene segnalato da chi opera nell’ambiente, solo una-due persone che lavorano negli uffici hanno un contratto “regolare”, mentre per gli altri, anche chi è in reception, viene utilizzato una contratto di collaborazione sportiva.

Questa situazione comporta una situazione poco piacevole, soprattutto per quel che riguarda le tutele: niente ferie retribuite, niente malattia, niente maternità, ma soprattutto niente contributi previdenziali. In un periodo in cui viene segnalato il rischio che i giovani si ritrovino con pensioni future molto basse per via di carriere discontinue, ecco chi si scopre che ci sono persone, magari non più giovani, che lavorano da tempo senza poter contare su versamenti contributivi. Che non solo farebbero comodo a loro per ritrovarsi qualcosa in futuro, ma anche per alimentare le pensioni in essere, visto che il nostro è un sistema a ripartizione.

Dunque, a meno che gli interessati non si muovano personalmente per non ritrovarsi senza una qualche forma di pensione in futuro, al danno di lavorare con un contratto non giusto rispetto alle proprie mansioni si aggiunge la beffa di non avere la pensione. Ma anche tra coloro per i quali l’inquadramento è corretto non mancano le lamentele per il non avere coperture previdenziali. 

La Cgil ha già avanzato la richiesta di una nuova legge nazionale e ricordato a comuni, regioni ed enti locali, che spesso hanno strutture sportive di proprietà, di indire bandi di gestione con le clausole sociali per il cambio di appalto. Troppo poco è però cambiato. È il caso che il nuovo Parlamento e il nuovo esecutivo battano un colpo su questo tema.

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