LAVORO E POLITICA/ I buchi nella strategia di Lega e M5s

- Gabriele Fava

Tra gli interventi annunciati e quelli già posti in essere dal nuovo Governo in tema di lavoro si riscontrano, a oggi, delle mancanze. GABRIELE FAVA spiega perché

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Luigi Di Maio (LaPresse)

Tra gli interventi annunciati e quelli già posti in essere dal nuovo Governo in tema di lavoro si riscontrano, a oggi, dei tasselli mancanti. Il “Decreto dignità” ha posto l’accento sul tema della gestione dei rapporti di lavoro, in particolare, rimodulando, in maniera profonda, la disciplina dei contratti a termine, stravolgendo l’assetto normativo creato dal Jobs Act. Si tratta di un intervento legislativo ampiamente focalizzato sulla disciplina della gestione del rapporto di lavoro nel quale la totale assenza di disposizioni volte a intervenire sul tema dell’occupazione emerge con chiarezza.

La crisi dell’occupazione rappresenta un tema sempre attuale nello scenario del nostro Paese, ormai da anni. È stato di recente confermato dai dati diffusi dall’Ocse, nell’ambito dell’Ocse Employment Outlook 2018, che in Italia il tasso di disoccupazione è pari all’11,2%; si tratta di uno dei tassi di disoccupazione più alti tra i paesi dell’Ocse. Analogamente, dal Rapporto Annuale 2018 Istat emerge che per il quarto anno consecutivo il tasso di occupazione cresce in Italia, attestandosi al 58,0% nel 2017, ma è ancora 0,7 punti percentuali sotto il livello del 2008 e lontano dalla media Ue.

Si tratta di dati che, seppur incoraggianti rispetto a quelli degli anni passati, sono certamente allarmanti e richiedono la giusta attenzione nell’ambito delle scelte legislative. A fronte di un necessario intervento, tuttavia, non è ancora chiaro quali mosse intenda fare il Governo in tal senso. È impossibile, ancora una volta, pensare a provvedimenti riguardanti la disciplina delle forme contrattuali e della gestione dei rapporti di lavoro senza aver prima affrontato adeguatamente il problema della crisi occupazionale, con una riforma strutturale volta ad arginare il tasso di disoccupazione.

Al centro del dibattito, quindi, dovrebbe collocarsi il tema dell’occupazione, strettamente connesso con l’implementazione delle politiche attive, mediante strumenti efficaci che generino un cambio di rotta rispetto alla situazione attuale. La chiave di volta per garantire una svolta in termini assoluti potrebbe essere quella di puntare sull’occupazione “digitalizzata”, ovvero aumentare l’occupazione sviluppando quelle che sono le tematiche centrali di “Industria 4.0”.

In tal senso, le politiche attive dovrebbero strutturarsi in una duplice forma. In primis, sarebbero necessarie politiche volte alla formazione dei soggetti in cerca di occupazione, al fine di elevare le competenze digitali e di favorire l’inserimento nel nuovo scenario economico digitalizzato. Inoltre, tale “sviluppo digitale” del capitale umano dovrebbe essere meglio supportato da un incubatore tecnologico creato ad hoc, inteso come strumento di sviluppo volto a favorire un incontro tra domanda e offerta.

L’incremento dell’occupazione non può che derivare dai settori in via di sviluppo, come l’informatica e l’elettronica, e la soluzione vincente potrebbe essere appunto quella di, come appena detto, creare delle politiche attive specificamente adattate al nuovo background digitalizzato. Tuttavia, tra i programmi annunciati dal nuovo Governo non si intravedono – per ora – degli scenari di intervento volti a ridurre il tasso di disoccupazione, né in senso tradizionale, né declinati e adattati alla rivoluzione digitale che potrebbe rappresentare un fondamentale strumento di innovazione per il mercato del lavoro italiano.

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