RIFORMA PENSIONI/ La proposta migliore di Quota 100 e Quota 41

Si avvicina, insieme alla Legge di bilancio, una riforma delle pensioni. Gli interventi dovrebbero essere all’insegna di Quota 100 e di Quota 41. GIULIANO CAZZOLA

11.09.2018 - Giuliano Cazzola
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In vista del disegno di legge di bilancio, il Governo del prestanome Giuseppe Conte comincerà a mettere un po’ di nero su bianco anche in materia di riforma pensioni. Nella ripartizione dei temi del contratto, sulla previdenza vi sono delle proposte comuni ai due azionisti di maggioranza, anche se non è difficile scorgere delle preferenze di ciascuno di essi. Mentre la Lega insiste per introdurre da subito almeno Quota 100 (come somma dell’età e dei versamenti effettuati), M5S, in coerenza con il taglio dei vitalizi degli ex parlamentari, sembrerebbe interessato a “castigare”, prioritariamente, le pensioni d’oro (intendendo per esse quelle superiori a 4mila euro netti mensili, corrispondenti, grosso modo, agli 80mila euro annui indicati nel pdl D’Uva-Molinari).

Contro misure indicate in questo progetto (AC 1071) ha preso una dura posizione critica Alberto Brambilla in una nota redatta, sotto l’egida di Itinerari previdenziali, insieme con Gianni Geroldi e Antonietta Mundo. La proposta alternativa (ma fino a che punto Brambilla rappresenta veramente la Lega?) consiste nell’introduzione temporanea di un contributo di solidarietà con aliquota progressiva sulle quote di pensione erogate col calcolo retributivo (dallo 0,40% al 15%) a partire da 2mila euro netti mensili; i risparmi ottenuti dovrebbero assicurare l’avvio operativo di due fondi, uno dedicato all’occupazione, l’altro alla disabilità. Nel frattempo, non si parla più della c.d. pensione di cittadinanza (allineata con il reddito a 780 euro mensili) se non nei termini di miglioramento dei trattamenti più bassi attraverso le risorse (chiaramente insufficienti per quell’obiettivo) recuperate dal taglio delle pensioni d’oro.

A pensarci bene, anche in tema di pensioni, le rivendicazioni degli alleati si sommano e coprono situazioni e platee tra loro diverse, sia pure all’insegna del proposito comune del superamento della riforma Fornero. Mentre Quota 100 e Quota 41 tendono a favorire (a prescindere dall’infortunio del pdl dei capigruppo) il pensionamento anticipato di anzianità nella consapevolezza di rispondere all’esigenze e alle richieste dei bravi lavoratori padani che, entrati in fabbrica da giovani, hanno accumulato – in età non ancora anziana – un montante contributivo molto elevato, la pensione di cittadinanza rappresenta il prolungamento durante la pensione dell’assistenza garantita con il reddito. In sostanza, la Lega vuole premiare chi ha iniziato a lavorare precocemente e non ha mai smesso; per il M5S si deve, invece, poter campare e andare in pensione anche senza essersi impegnati o impegnarsi troppo a lavorare (visto che il lavoro dovranno offrirlo i Centri per l’impiego). L’operazione comunque è parecchio onerosa, sia che la si concluda in una sola volta o lo si faccia nel quadro di più esercizi.

Al di là dei costi – che pure sono importanti non solo per le risorse da reperire nell’immediato, ma anche per gli effetti sulla sostenibilità del sistema – esiste un problema di contenuti: ha un senso compiuto sprecare risorse per rendere ancor più critici gli aspetti problematici del sistema pensionistico? Di questo e non di altro si tratta. Con Quota 100 e Quota 41, assunti come elementi strutturali anche nel futuro, si pretende di tutelare – come si faceva nel passato per una tipologia di lavoratore destinata a estinguersi con l’esaurimento delle generazioni dei baby boomer – anche gli occupati di oggi e di domani riproponendo loro i requisiti pensati per Cipputi; ricorrendo, se non ce la fanno a raggiungerli, a una generosa prestazione assistenziale (la pensione di cittadinanza pari a 780 euro mensili lordi).

A tal proposito le osservazioni critiche di Brambilla, Geroldi e Mundo, nel documento citato, sono implacabili: “Si consideri che solo per portare a 780 euro le sole pensioni di invalidità, occorrerebbero oltre 6 miliardi l’anno – scrivono -. Peraltro deve essere chiaro a tutti che prevedere un importo netto di 780 euro al mese per 13 mensilità, produrrebbe una elusione o evasione contributiva enorme e indurrebbe chi può a non versare i contributi essendo tale pensione relativa a una retribuzione lorda mensile di circa 1.500 euro, pari cioè al reddito medio dichiarato ai fini Irpef e i redditi fino a 25 mila euro lordi l’anno rappresentano una parte considerevole delle dichiarazioni fiscali. Sarebbe nella maggior parte dei casi un ‘regalo’ a chi non ha mai pagato né tasse né contributi”.

Ecco perché il cambiamento annunciato dalla maggioranza giallo-verde si muove con la retromarcia innestata e consegna alle giovani generazioni un modello che non prende a riferimento la loro condizione di lavoro. Eppure, nel dibattito e nella recente letteratura previdenziale, sono circolate proposte innovative meglio adeguate per un mercato del lavoro più flessibile, meno continuativo e stabile, variabile nella tipologia della dinamica temporale dei rapporti. Sarebbe, allora, il caso di mettere in sinergia le politiche a favore dell’occupazione dei giovani con un riordino del sistema pensionistico che abbia lo sguardo rivolto in avanti e cioè a un modello che sia in grado di tutelare, al momento della quiescenza, il lavoro di oggi e di domani in tutte le sue peculiarità e differenze rispetto al passato.

I capisaldi di una nuova proposta potrebbero essere i seguenti: 1) le nuove regole dovrebbero valere solo per i nuovi assunti e nuovi occupati (quindi per i giovani); 2) i versamenti sarebbero effettuati sulla base di un’aliquota uniforme – e pari al 24-25% – per dipendenti, autonomi e parasubordinati (si può valutare una limitata gradualità nell’operazione) dando luogo ad una pensione obbligatoria di natura contributiva; 3) sarebbe istituito per questi lavoratori un trattamento di base, ragguagliato all’importo dell’assegno sociale e finanziato dalla fiscalità generale che faccia, a suo tempo, da zoccolo per la pensione contributiva; 4) per quanto riguarda il finanziamento della pensione a capitalizzazione sarebbero consentiti l’opting out volontario e il relativo versamento del corrispettivo in una forma di previdenza complementare, di alcuni punti di aliquota contributiva obbligatoria, al fine di poter ripartire il rischio “vecchiaia” su due pilastri: uno di natura solidaristico come la previdenza obbligatoria garantita dallo Stato ed uno, di ampiezza minore, che si misuri con gli andamenti dei mercati finanziari. Ma chi non studia finisce sempre per perdere le occasioni. E per continuare a rammendare le solite vecchie calze.

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