I NUMERI/ Il lato oscuro dei dati sull’occupazione

Ieri l’Istat ha comunicato i dati sul mercato del lavoro relativi al secondo trimestre dell’anno. L’occupazione aumenta, ma la sua qualità no. GIANCAMILLO PALMERINI

13.09.2018 - Giancamillo Palmerini
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Come sta il nostro mercato del lavoro? È una domanda che periodicamente cittadini, operatori, aziende e, ovviamente, politici si pongono anche sulla base dei dati, certamente utili per la risposta, che vari studi ci offrono. L’Istat, per esempio, con un report dato alle stampe ieri ci racconta che nel nostro Paese il secondo trimestre del 2018 si è caratterizzato per un deciso aumento dell’occupazione rispetto al trimestre precedente, in un contesto di diminuzione della disoccupazione e, elemento fondamentale per qualsiasi analisi, dell’inattività. 

Un dato, questo, è opportuno evidenziarlo, che si inserisce in una fase di, ahimè, lieve decelerazione della crescita del Pil (+0,2% in termini congiunturali e +1,2% su base annua) rispetto al ritmo registrato nei due trimestri precedenti. La crescita economica è, infatti in Italia, sebbene ormai non sia più una novità, più lenta di quella dei paesi dell’area Euro (+0,4% rispetto al trimestre precedente e +2,2% nel confronto con il secondo trimestre del 2017). 

L’occupazione è cresciuta, quindi, nei mesi scorsi a ritmi sostenuti rispetto al trimestre precedente (+203 mila, +0,9 punti) a seguito dell’ulteriore, e ormai potremmo dire cronico, aumento dei dipendenti a termine e della ripresa del numero dei lavoratori autonomi. L’andamento tendenziale mostra, anche in questo caso, una crescita di 387 mila occupati (+1,7% in un anno), concentrata tra i lavoratori con un contratto a termine a fronte del calo di quelli a tempo indeterminato “a tutele crescenti” (+390 mila e -33 mila, rispettivamente) e della crescita degli autonomi (+30 mila). Si pensi, in questo quadro, che nel secondo trimestre del 2018 l’incidenza dei lavoratori dipendenti a termine sul totale dei dipendenti ha raggiunto il 17%. 

Allo stesso tempo tornano ad aumentare i lavoratori part-time, esclusivamente (e ovviamente?) nella componente involontaria, la cui incidenza sale all’11,9% del totale degli occupati (+0,6 punti).

Il tasso di disoccupazione diminuisce, quindi, sia rispetto al trimestre precedente, sia in confronto a un anno prima, così come quello di inattività.

Il paziente Italia sembra, insomma, mostrare timidi segnali di miglioramento, ma non può essere certamente soddisfatto. Molto ancora resta da fare per diventare, o tornare a essere, un Paese modello e guida nel contesto europeo e globale. Emerge, poi, oltre al dato meramente quantitativo, la necessità di lavorare per migliorare la qualità del lavoro troppo spesso a scadenza e part-time. La sfida, già in queste settimane, per il Governo è certamente lanciata. Basterà il Decreto dignità e la chiusura per legge dei negozi la domenica per vincerla? Probabilmente no. Al Governo del cambiamento spetta ora, a partire dalla Legge di bilancio, la responsabilità di individuare soluzioni idonee, e magari innovative, per rispondere alle speranze che il Paese sembra riporre nel suo operato o, perlomeno, nelle promesse/proposte elettorali fatte. 

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