SALARIO MINIMO/ Il test da fare prima di pensare alla legge

- Giuseppe Sabella

Si parla di varare una legge sul salario minimo, ma sembra decisamente meglio intervenire sulla rappresentanza per dare certezza alla contrattazione

operaio_Industria_auto_fabbrica_lapresse
Lapresse

La prossima settima cominceranno le audizioni sui diversi disegni di legge in materia di salario minimo in commissione Lavoro al Senato. Come noto, vi sono una proposta del Movimento 5 stelle e una proposta del Pd. Al di là del fatto che i due ddl presentano delle differenze – peraltro anche per quanto concerne la retribuzione oraria (9 euro lordi ddl M5S e 9 euro netti ddl Pd) – si vuole qui discutere non tanto di quale sia la proposta migliore, ma dell’opportunità di legiferare in tal senso. Infatti, la contrattazione collettiva nazionale copre quasi l’85% dei lavoratori. Ha senso, quindi, una legge sul salario minimo?

In Europa 22 stati su 28 prevedono il salario minimo. Secondo un rapporto pubblicato lo scorso anno da Eurofound, nella maggior parte dei casi il livello minimo è fissato su base mensile, ma in Germania, Gran Bretagna e Irlanda c’è anche un minimo orario rispettivamente a 8,84 euro lordi (9,19 da quest’anno), 7,8 sterline (8,21 da aprile) e 9,55 euro (9,80); in Francia il minimo è 1.498 euro al mese (1.521 da gennaio 2019), in Spagna 858 euro (1.050 da inizio anno); in Italia, il minimo legale non è presente proprio in ragione del ruolo forte che la Contrattazione collettiva nazionale ha sempre svolto.

Sostanzialmente, il salario minimo legale è vigente laddove non vi è una contrattazione nazionale dei minimi tabellari; l’Italia, invece, ha ereditato questa caratteristica dal periodo corporativo quando i relativi accordi erano fonte primaria del diritto al pari delle leggi. E la giurisprudenza ha consolidato il concetto di retribuzione di base legandolo ai minimi retributivi. Quindi, non si può dire che in Italia non esista un salario minimo.

Tuttavia, oltre al 15% di lavoratori (a cui appartiene tutta la galassia dei nuovi lavori e i rapporti di lavoro parasubordinato) che restano scoperti dalla Contrattazione collettiva nazionale e, quindi, dai minimi retributivi, vi è un altro elemento da tener presente: dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul caso Fiat (luglio 2013) – che ha affermato il diritto di rappresentare anche qualora non si firmino contratti aziendali e ha invitato le Parti a darsi dei criteri di rappresentatività -, è esploso il fenomeno dei contratti collettivi e delle rappresentanze insolite. Nel 2010 il numero dei contratti depositati al Cnel era di circa 350, ora siamo quasi a 900. Soltanto 400 di questi 900 contratti sono sottoscritti dalle organizzazioni sindacali maggioritarie (Cgil, Cisl e Uil).

In questa situazione, molto rumorosa ab origine ma poi alquanto silenziosa, le Parti hanno provato a metterci una pezza con il Testo Unico sulla Rappresentanza (gennaio 2014), il quale però si riferisce soltanto a coloro che lo hanno sottoscritto e non a quell’emisfero di rappresentanze insolite che contribuiscono a questa proliferazione di contratti. È superfluo dire che queste rappresentanze non hanno nessun interesse a vedersi regolare il loro perimetro e la loro azione dalle confederazioni maggioritarie: questo per dire che il Testo Unico del 2014 non risolverà mai il problema.

In un Paese in cui si è affermato il pluralismo sindacale, ciò non sarebbe anomalo se non che nella quasi totalità dei casi il risultato è dumping salariale: quasi la metà di questi 900 contratti presentano, infatti, minimi retributivi inferiori del 30% a quelli stabiliti nel perimetro Cgil-Cisl-Uil. È soprattutto questo fenomeno che ha spinto la politica verso il salario minimo.

Posto che per quanto riguarda i nuovi lavori la recente sentenza sul caso Foodora ha iniziato a dare indicazioni preziose per il riconoscimento di questi “figli di nessuno” (sono intesi qui gli pseudo lavoratori autonomi) anche per ciò che concerne la loro retribuzione minima, ci chiediamo se non abbia più senso agire a livello di regole sulla rappresentanza: ciò darebbe certezza alla contrattazione (e quindi ai soggetti che contrattano) e ristabilirebbe un ordine nel mare magnum dei contratti e sul dumping salariale che ne consegue.

Sarebbe un primo passo e nel giro di un paio d’anni si capirebbe se sufficiente o meno. Le Parti ne uscirebbero rafforzate e non indebolite, cosa che avverrebbe invece con la legge sul salario minimo. Soprattutto con un governo come questo, così tanto preoccupato di disintermediare e di “rubare” rappresentanza.

Twitter: @sabella_thinkin

© RIPRODUZIONE RISERVATA