IL CASO/ Le “radici” che aiutano l’Italia contro la crisi

- Gianfranco Fabi

La storia della cooperazione in Italia ha radici molto profonde ed è risultata molto importante per l’economia del nostro Paese. E può esserlo ancora, come spiega GIANFRANCO FABI

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La storia della cooperazione in Italia ha radici molto profonde: in qualche modo le formule cooperative hanno preceduto le moderne organizzazioni del lavoro costituendo per secoli la forma naturale con cui competenze diverse si univano per realizzare una finalità economica. Ma anche dal profilo della teoria economica si può sicuramente parlare di una scuola italiana che ha approfondito i temi di quella che viene chiamata “economia civile”.

“La cooperazione è stata, e in un certo senso lo è ancora, la principale via italiana al mercato e all’impresa”. Lo scrive Luigino Bruni nel suo ultimo libro “Le prime radici” dedicato proprio a inquadrare il tema della cooperazione nell’attuale difficile momento dell’economia italiana. Bruni, editorialista di Avvenire e docente alla Lumsa di Roma, è da sempre un appassionato sostenitore di un’economia fondata sulla persona nella sua integralità, un’economia capace di superare i classici schemi quantitativi per valorizzare insieme alla crescita anche gli aspetti della qualità e quindi dei valori sociali.

In questa prospettiva la cooperazione ha un ruolo di primo piano, ma deve affrontare due sfide altrettanto importanti quanto difficili. La prima sfida è quella culturale e discende dal considerare questo modello di impresa come collegato o collegabile unicamente a finalità di natura sociale, una realtà magari significativa, ma comunque subalterna rispetto alle imprese “capitalistiche” che hanno in primo luogo una finalità economica. E, come sottolinea Stefano Zamagni nell’introduzione al libro, questo rischia di far sì che la cooperazione debba “accontentarsi di occupare posizioni di nicchia all’interno del mercato e di venire considerata come l’eccezione alla regola”.

La seconda sfida è legata alla storia della grande cooperazione negli ultimi cinquant’anni, una storia che ha visto un (positivo) sviluppo di molte imprese cooperative che tuttavia da una parte ha fatto crescere i collegamenti con il sistema politico, dall’altra ha reso queste stesse imprese sempre più simili, nella propria organizzazione e nella strategia di accesso al mercato, alle imprese tradizionali. L’abbraccio della politica è stato spesso frutto di logiche di potere e di poltrone al di là e al di sopra di quel necessario rapporto con la società che dovrebbe caratterizzare ogni realtà economica. Ma di questa deriva politica, con la prevalenza della logica degli interessi personali su quelli collettivi, ci sono stati fin troppi esempi negativi in questi ultimi anni e quelli nella cooperazione non sono certamente tra i casi più gravi.

Il tema di fondo tuttavia resta quello di rilanciare l’importanza della cooperazione con la sua capacità di far penetrare la logica della mutualità nelle dinamiche del mercato: in linea con le indicazioni di fondo della “Caritas in veritate” dove non si contesta il mercato, ma si chiede che al mercato stesso venga dato uno “spirito” attraverso le logiche del dono, della solidarietà, della partecipazione. Come ricorda Bruni, “la cultura cooperativa non ha mai contrapposto la cooperazione alla competizione”.

Ritrovare “lo spirito” dell’attività economica vuol dire credere che le persone si muovano e attuino delle scelte non solo per interessi, ma anche e soprattutto per i valori. Non solo per il proprio tornaconto, ma anche e soprattutto per far crescere una società la cui crescita peraltro non può che aiutare il benessere di ciascuno. 

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